Quanto a lungo.

Il modus operandi degli assassini e’ un argomento che, per quanto spaventoso, a sangue freddo e’ affascinante. Mi chiedo quanto ci impieghino a scegliere le loro vittime. Mi chiedo quanto abbiano pensato al momento in cui, lentamente, si libereranno dei loro pesi, della promessa del loro peccato. Quanto lungo hanno aspettato prima di diventare quelli che non si sarebbero alzati, in chiesa, per prendere la loro ostia. Quanto a lungo hanno atteso, con il respiro mozzo, il momento in cui avrebbero trovato il coraggio di infilare la loro lama, sparare la loro pallottola, avvelenare il loro calice.

Quanto, quanto a lungo vi siete domandati cosa sarebbe stato di voi, dopo aver compiuto quello che pensavate fosse necessario alla vostra sopravvivenza. Quanto spesso avete accarezzato l’idea di fare un po’ di male.

Una passata di rossetto.

Nel suo sguardo c’e’ esitazione, nel suo respiro c’e’ il trattenere parole oscure. Entra veloce dalla porta, mette le mani nelle tasche dei jeans.

La sua pelle profuma di fiori.

Le sue labbra si schiudono lente, escono paure che sono cosi stagne da spaventare lui stesso, in fretta, come fosse gia’ troppo tardi, come fossero rimaste chiuse per troppe ore, come se non ci fosse piu’ tempo, e’ tutto deciso.

Il suo sguardo e’ confuso, sente la sua pelle impallidire.

Non so quanto a lungo teniate la vostra lama nascosta. Non so che colore abbiano i vostri occhi quando sono offuscati dalle lacrime d’incertezza, dell’incertezza che vi attanaglia quando realizzate che e’ davvero, ormai, tardi per tornare indietro. E come convivrete con voi stessi, nelle notti a seguire, quando al vostro fianco non ci sara’ piu’ lo stesso calore, quando non avrete piu’ spazi vuoti da riempire perche’ non c’e’ piu’ nessuno con cui riempirli. A chi sussurrerete i vostri segreti, a chi nasconderete le vostre speranze. Sono soli coloro che vengono uccisi, o restano soli quelli che invece ne sono artefici.

Cerca risposte, pone domande che non ne hanno.

Tiene una mano in mezzo ai capelli fini. Solleva uno sguardo convinto, triste e risoluto.

Annaspa.

E poi, tutto finisce.

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La cosa giusta.

Sei anni fa, ero seduta sul mio banco verde.

Ero in prima liceo. Ero ancora quella che indossava i calzini viola con le ballerine e la mia frangetta faceva sempre la tendina. Anche al tempo, mi piaceva passeggiare sotto le nuvole aspettando che iniziasse a piovere, mentre tornavo a casa. Mi piaceva tornare a casa con i capelli fradici.

Quella mattina, la cara professoressa Carollo ci stava facendo discutere Frankenstein. M’e’ sempre stata molto simpatica la Shelly, lei e la sua mania per il macabro. Quanto interpellata, risposi che la cosa che piu’ mi aveva colpito fosse stato il fatto che nel romanzo, il terrore negli uomin si fosse rivelato essere piu’ forte della curiosita’. Gli umani non volevano conoscere quella creatura. Volevano solo fuggirla perche’ diversa. Una innegabilmente intrigante banalita’. Ho pensato che avrei fatto di meglio alla lezione di latino.

La mia compagna Marta fece una domanda cento volte piu’ figa della mia. Ricordo bene d’esserci rimasta secca. Fece una di quelle domande che ti ricordi ancora dopo sei anni, capito.

Si scosto’ i suoi lunghissimi capelli castani e disse, pacata: “mi viene solo da pensare che non so’ piu’ cosa sia giusto e cosa sia sbagliato.”

Me lo sono chiesto pure io, sai Marta. Ieri. Dentro un Pret a Manger di Charing Cross, mentre guardavo due pozzi profondi, mentre cercavo risposte, mentre tentavo di sentire cosa il mio sangue gelido mi stesse sussurrando, mentre vedevo parole che avevo immaginato annaspare in acque ormai tempestose, mentre faceva buio gia’ alle quattro, mentre le foglie erano diventate rosse e io non me n’ero ancora accorta.

E’ perche’ il tempo s’e’ abbattuto feroce su tutto, che tutto e’ stato diverso. E’ perche’ mentre le verita’ si scagliavano affilate su quell’infuso al limone, a me non restava altro che, cosi’, macinare sospiri, sospiri che non son diventati altro che silenzi.

E lo so, che cosa e’ giusto e che cosa e’ sbagliato. Poi ci penso, e non lo so piu’. Poi mi soffermo, mi ascolto, e me lo son dimenticato.


Una macchina.

Qualcuno di famoso ha detto che se si aspetta d’essere pronti, non andremo mai da nessuna parte.

Esser pronti è impossibile.

Così io su questa macchina son salita senza saper guidare, senza sapere dove stavamo andando, di preciso. Vorrei vedere, non so, qualcosa di bello. Magari con Bon Iver che mi canta Holocene in sottofondo, magari mentre la mastico io, una candy bar.

I viaggi in auto sono una scommessa, d’altronde.

C’è chi allaccia le cinture di sicurezza, attento a non prendere buche e a non urtare i marciapiedi. I passeggeri delle auto troppo prudenti si perdono il bello del panorama, troppo attenti a contare i chilometri che hanno macinato senza essere davvero andati da nessuna parte.

 

Alcuni corrono, corrono, corrono. Spingono l’acceleratore senza curarsi della portata dell’auto che stanno guidando. Prendono frontali violenti e generalmente non escono indenni dagli incidenti a cui vanno inevitabilmente, deliberatamente, incontro.

Alcuni viaggi in macchina sono lenti, rilassati, partono all’alba e finisco al tramonto di anni dopo. Superano traballando le buche, si fermano a far rifornimento una volta o due. In questi viaggi, capita di passare con il rosso e di baciarsi al verde, di accostare in corsia d’emergenza per riprendersi un po’ e far sgranchire le gambe.

Non so esattamente se questi viaggi portino da qualche parte. A sentir la gente, molti ci restano secchi e basta. Arrivano esausti ad una meta che non li soddisfa, si separano all’incrocio senza voltarsi indietro, lasciando solo una lunga, velenosa, scia di rancore. A sentire molti, pare che questi viaggi si concludano tutti allo stesso modo. Con uno dei passeggeri che si ferma di punto in bianco nel bel mezzo dell’A4 e sale sulla macchina di un altro, con litigi sulla stazione radio, silenzi troppo saturi, con l’aria che manca e i finestrini rotti che spingono entrambi a voler disperatamente scendere.

Io, nella mia macchina, ci son salita con tutta me stessa, con ancora addosso i segni di un viaggio finito male. Dal finestrino, vedo promesse di montagne alte ed innevate, forse avvolte da una nebbia che nei giorni di pioggia mi pare troppo fitta. Guardo speranzosa il parabrezza che nasconde quella poca strada che abbiamo già percorso, spaventati, incerti, scossi e penso a quanto mi piacerebbe correre sui dossi e ridere degli scossoni. Mi piacerebbe fermarmi ad un autogrill improbabile e un po’ sporco, dividere un panino alla mortadella, delle patatine fritte surgelate e dei wafer alla nocciola, comprare un gratta e vinci vincente, spenderlo in carburante e guidare all the way to San Francisco.

Mi piacerebbe passare con il rosso in una strada deserta, guardare i profili scuri delle foreste delinearsi alla luce di una luna grande, quasi volare su di un rettilineo in discesa e proseguire lenti, invece, su di un lungomare assolato, per guardare il mare calmo leccando un gelato al caffè, rovesciando il succo di frutta sul sedile.

Mi piacerebbe pure bucare una ruota. Vedere che succede. Vedere chi tiene il cric.

Se aspettate d’esser pronti, non salirete mai su quella macchina. Magari ci morite sopra.

Magari, invece, arrivate a Timbuctu.

 

 


Le SugarBabes dettano verità.

La verità è che l’essere umano è portato a ripetere i propri errori. Come te la spieghi la Seconda Guerra Mondiale, ad esempio. Vico lo diceva, che la storia si ripete. A me Vico è sempre stato particolarmente sulle palle. Un tizio che si limita a dire ‘ma si, succedono sempre le stesse cose, decade dopo decade’, mi è sempre solo sembrato uno troppo pigro per sviluppare una filosofia complessa e troppo spaventato per porsi domande a cui non avrebbe mai trovato risposta.

Con il tempo, gli sto dando ragione. Mica è l’unico poi, a parlare di questa storia, che facciamo gli stessi errori cinque o sei volte per essere sicuri d’aver sbagliato bene. Mi pare pure Ligabue l’abbia detto, in una delle sue diciottomila canzoni. Per dire, se lo dice Ligabue, dicono tutti che dobbiamo crederci.

Il punto è che il problema non è ripetere la cazzata, rinciampare nella stessa buca , ricadere nella stessa merda. Perché si sa, certe volte le stesse sfighe ti ricapitano davanti senza che tu le vada necessariamente a cercare – capitano e basta, e se ti impantani nello stesso fango per sbaglio va pure bene, sei giustificato.

Il punto vero è che secondo me a noi esseri umani le tranvate ci piace proprio darcele. Forse vogliamo essere tutti scrittori, tutti poeti che si nutrono di stangate sui denti per far fiorire la propria tristissima e intensissima arte. Secondo me c’è del masochismo inconscio, nel rilanciarci dallo stesso trampolino quando sai che, una volta fatto il salto, non caschi nell’acqua, ma in una accoglievolissima distesa di scogli. Ma si, il sangue ci ricorda che siamo vivi (e si, pure questa è una storia trita e ritrita, che i Goo Goo Dolls avranno scopiazzato da qualche Big degli anni ’50).

Bene io sono qui a dirvi che la dobbiamo smettere di fare cazzate. Che se una volta va male, la seconda va male pure. Che le seconde chance sono un ottimo modo per alimentare questo nostro malsano bisogno di essere sicuri che ci siamo fatti male per bene, non solo ‘un po’. Perché essersi rotti tutti fa cool, essersi fratturati fa solo un po’ sfigati.

Io vado a dormire, ciao.

 


Insomnia.

Every time you say you stop you never stop –

Why? Because it’s all there, soaking, aching, living living living burning burning burning –

And we should all get what we want, tell what we want whenever we want, how we want because if we talk the way we want to talk and they talk the way they want to talk then all it comes is just truth, truth, truth and let the truth be told, always –

So I want to be honest to myself, to you, to all of you and get it all out. Out, out, out –

OUT, WANT, TALK, NOW, FACE.


Nespole.

 

 

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A certe parole non ci penso mai, tipo alla parola nespola. Chi se le ricordava le nespole, prima di oggi. A certe cose non ci pensi mai in generale e basta. Perché siamo sempre tutti così impegnati a dannarci per le stesse, opprimenti, costanti, tartassanti, irrompenti, ingombranti cazzate che certe cose ti scivolano via dalla mente, dal cuore, da tutto, come sapone, come la maledetta schiuma del maledetto sapone.

In quella fitta rete che è il dietro dei nostri occhi, restano appigliate le nostre ossessioni. Quel pensiero che in tutto il suo dolore, ci conforta. Quel fastidio familiare, che appartiene al nostro sonno, ai nostri sogni e che al risveglio ti accoglie di nuovo a braccia aperte. Saranno forse scomode, forse spinate, ma sempre braccia aperte restano.

 

E così, quando la vita reale ti distrae, allora guardi davvero quello che hai attorno. Tipo le nespole.

Ed è come se t’avessero schiantato una mazza da baseball sui denti. E ti accorgi di quante cose ti stai perdendo, stando lì ad appannarti la vista con le tue ansie. Tipo gli alberi. Gli alberi sono bellissimi. Vivono, cambiano, si spogliano lentamente, una foglia alla volta, scoprendosi solo a chi è paziente abbastanza da aspettare che passi un’intera stagione. I loro rami fitti sono quelli che ti riparano dalla pioggia che batte, gli stessi che attirano l’ira dei lampi durante una tempesta. Gli alberi si uniscono e confondono nelle foreste, si perdono, ti fanno perdere e confondere. Ma quanto coraggioso è, quello che da solo, maestoso, imponente, svetta nel mezzo di una pianura, e si espone, si erge sugli altri, su tutto.

 


Put your hands in the holes of my sweater.

Ho le labbra screpolate dal freddo vento Olandese. Ho i capelli rossi, i polsi fini, la pelle trasparente come al solito e il marasma che si arrovella, avvinghia, attorciglia.

Ecco, mentre sedevo sulla barca a guardare il canale increspato e il sole lasciar posto alle luci neon rosse del Red District, mi son fatta due conti. Mi son chiesta perché. Perché correre dietro sogni senza prima domandarsi se sono davvero i tuoi. Perché affannarsi dietro un’amicizia faticosa, dietro una speranza che resterà forse disattesa.

Ho guardato le due biciclette appoggiate al cancello. Ho pensato per un paio di istanti ai tulipani rossi che avevo visto al mercato qualche ora prima. Ho pensato al cappuccino con la panna, ai ponti illuminati, al fumo lontano, a come la mia minuscola entità stesse proprio lì, ad Amsterdam, a contemplare un cielo diverso. A come le mie gambe, negli anni, mi abbiano portato ad un bar sperduto di Barcellona a bere sangria, al pavimento di cotto rovinato di un appartamento a Les Halles, a guardare le folle di volti sconosciuti venirmi incontro sulla 5th Avenue. A come le mie mani abbiano toccato i tappeti delle moschee di Instambul, a come il mio naso ancora ricordi il profumo dell’erba bagnata di Stoccolma. A come il cuore mi si scaldi, pensando al tramonto a Capo Sunion in compagnia di una testa riccia che mi è ancora accanto, seppure a chilometri di distanza, a come le mie papille ancora fremino al pensiero di riassaggiare la crema portoghese che ho mangiato a Lisbona. A come la mia mente ancora ricordi il sole calare su Berlino, sorgere a Bruxelles, indossando delle scarpe troppo scomode, brillare a Praga, illuminando quello che era un amarsi così naturale, così semplice.

E mi son chiesta perché. Perché son qui a pensare a queste cose. A ricordarmi di posti lontani e di persone ancora più lontane.

Mi sono data una risposta, cosa che, per altro, non succedeva da tempo.

E mi sono detta che ne vale la pena. E che, come dice mia zia quando le dico che ho ‘il marasma dentro’ –  è meglio il chaos del mortorio.