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Put your hands in the holes of my sweater.

Ho le labbra screpolate dal freddo vento Olandese. Ho i capelli rossi, i polsi fini, la pelle trasparente come al solito e il marasma che si arrovella, avvinghia, attorciglia.

Ecco, mentre sedevo sulla barca a guardare il canale increspato e il sole lasciar posto alle luci neon rosse del Red District, mi son fatta due conti. Mi son chiesta perché. Perché correre dietro sogni senza prima domandarsi se sono davvero i tuoi. Perché affannarsi dietro un’amicizia faticosa, dietro una speranza che resterà forse disattesa.

Ho guardato le due biciclette appoggiate al cancello. Ho pensato per un paio di istanti ai tulipani rossi che avevo visto al mercato qualche ora prima. Ho pensato al cappuccino con la panna, ai ponti illuminati, al fumo lontano, a come la mia minuscola entità stesse proprio lì, ad Amsterdam, a contemplare un cielo diverso. A come le mie gambe, negli anni, mi abbiano portato ad un bar sperduto di Barcellona a bere sangria, al pavimento di cotto rovinato di un appartamento a Les Halles, a guardare le folle di volti sconosciuti venirmi incontro sulla 5th Avenue. A come le mie mani abbiano toccato i tappeti delle moschee di Instambul, a come il mio naso ancora ricordi il profumo dell’erba bagnata di Stoccolma. A come il cuore mi si scaldi, pensando al tramonto a Capo Sunion in compagnia di una testa riccia che mi è ancora accanto, seppure a chilometri di distanza, a come le mie papille ancora fremino al pensiero di riassaggiare la crema portoghese che ho mangiato a Lisbona. A come la mia mente ancora ricordi il sole calare su Berlino, sorgere a Bruxelles, indossando delle scarpe troppo scomode, brillare a Praga, illuminando quello che era un amarsi così naturale, così semplice.

E mi son chiesta perché. Perché son qui a pensare a queste cose. A ricordarmi di posti lontani e di persone ancora più lontane.

Mi sono data una risposta, cosa che, per altro, non succedeva da tempo.

E mi sono detta che ne vale la pena. E che, come dice mia zia quando le dico che ho ‘il marasma dentro’ –  è meglio il chaos del mortorio.

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Barcellona e il mio amore per i balconi, per gli areporti, per l’aspirina.

Luglio e’ stato un mese di assenza, di assenze. Come tutte le assenze che si rispettino – e le piu’ affiliate e sanguinolente emozioni – l’areporto e’ stato un punto cruciale. E’ importante parlare degli areporti. So di essere ripetitiva con tutta questa storia delle stazioni, dei binari, delle partenze ma, insomma, l’areporto e’ IL posto. Quell’unico posto al mondo che sa regalarti la gioia dell’arrivo e il dolore della partenza. Il piu’ dolce dei caffe’ e la piu’ amara delle torte alla carota. Lo so, lo so.

In tutto questo solito blaterare ho deciso che il modo migliore per spendere del buon tempo, oltre a sprecare le mie gia’ scarse energie in una dose massiccia di pensieri piu’ o non meno arrovellati, fosse quello di andare da qualche parte dove facesse caldo, dove ci fossero molti dolci e dove poter pensare rumorosamente in compagnia di buoni amici. Sono cosi’ andata a Barcellona.

Che citta’, che gente, che bellezza.

E siccome le cose che non possono essere raccontate non dovrebbero essere scritte, ecco a voi quello che ne e’ uscito fuori.


VIMEO, quanto amore.

Sempre, sempre il migliore, VIMEO.

A voi.


Andiamo? Andiamo.

Grazie a Luca per averlo postato sulla sua bacheca facebook (:


Bruxelles – photogallery.

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Pre-partenza.

Fortuna + flatmate + viaggiogiornalisticopagatodall’università = Bruxelles. Domani. Politici, Parlamento, interviste, microfoni, cravatte.

Non sono certa che la mia emozione sia dovuta più al fatto che mi appiccicheranno per la prima volta il vero, autentico, autorizzato cartellino ‘PRESS’ alla giacca o al fatto che, almeno in teoria, avrei la possibilità di alzarmi durante una delle conferenze e urlare:

‘CHE ACCIDENTI STATE FACENDO AI CONTI BANCARI DEI CIPRIOTI, TESTE DI RAPA!’.

Sicuro finisco dritta dritta sui giornali – peccato che non sarebbe per via di una onorevole byline.

E’ vero: sarà nella stessa stanza in cui politici discuteranno le sorti dell’Europa (che detto così fa veramente figo, ma scommetto che dopo un paio d’ore mi verrà già voglia d’addormentarmi).

YO.


In memoriam.

E’ un pomeriggio assolato, le calze nere che indosso mi bruciano sulle gambe. I suoi capelli hanno un colore strano, in quel posto fatto di case abbandonate, di balconi che si affacciano sulla solitudine delle strade.

‘E’ la città che muore’, dice, ‘tra qualche tempo non resterà più nulla se non un mucchio di polvere. Un miraggio, un ricordo, non resterà più nulla, come per le persone’,  dice fissando le case di mattoncini color crema.

La cittadina di Civita di Bagnoregio, abbandonata dal mondo e da Dio, è solo un rado ciuffo di casupole che arrancano e si arrampicano ad una montagna in rovina nei pressi di Viterbo. Un abbraccio tra i calanchi d’argilla scura e il tufo, la pietra nuda che vengono tormentati dalle intemperie e dall’inarrestabile scorrere del tempo.

Un tempo che, un giorno non troppo lontano, farà crollare e sgretolare tutto.

Un tempo che farà sprofondare le sue vie, e con esse le ombre dell’antica ricchezza etrusca che secoli fa le aveva popolate.

Un tempo che ha voltato le spalle ai suoi borghi medievali, alla Chiesa e ai suoi crocefissi di legno nodoso, dimenticandosi di quei pofferli adornati di fiori e della vita che cresceva florida in quelle case.

Un tempo che se n’è andato da lì, scivolando via tra cardi e decumani per il lungo, unico ponte che collega la città al resto della terra, per non tornare mai più a scorrere fra quella gente.

E’ un posto che conserva quel profumo d’atmosfere antiche e lontane, Civita, una perla opaca e grezza che sorge sulla lingua di terra incastrata tra due torrenti, il Rio Chiaro ed il Rio Torbido.  All’entrata, la maestosa porta S.Maria. Su di essa due feroci leoni di pietra scrutano l’orizzonte terso e vigilano sulla desolazione che li circonda da oltre trecento anni, rappresentando con orgoglio la vittoria dei bagnoresi sui loro tiranni.

Persiane chiuse e porte robuste di legno, scheggiate, sbiadite, sigillate. Sembra quasi di vedere quell’artigiano chiudere con le sue mani incallite la serratura della sua bottega e andar via, come tutti gli altri.

Dei gatti pigri sonnecchiano al sole mentre l’odore di caffè esce dal piccolo ed unico bar del borgo nel quale un uomo dalla lunga barba grigia fa tintinnare le due tazzine che sta lavando. Oggi non ha gli snack. L’ape, l’unico mezzo da carico motorizzato che riesce a superare il ponte, non aveva portato i rifornimenti per via del cattivo tempo del giorno prima.

Lei aggiunge la cannella al suo caffè, mentre guarda il vento far oscillare le lenzuola stese di una casa vicina. Sono in otto a vivere ancora stabilmente qui, anche se è l’afflusso di turisti (che sembra aumentare negli anni) a dare una parvenza di vita ai vicoli silenziosi del paese.

Passeggiamo tra i balconi mattonati e le case basse che la leggenda vuole abbiano ospitato il re longobardo Desiderio, gravemente malato. Le acque termali del posto lo avrebbero guarito, e in molti pensano che la storia sia in effetti un filo conduttore alla vera origine della città e del suo nome, non a caso Bagnoregio.

In un piccolo spiazzo, la porta finestra di una casetta è spalancata, le tende bianche lasciano intravedere un tavolo antico, un centrino di pizzo, un vaso di gigli. La donna che ci invita ad entrare è minuta, indossa una veste fiorata lunga fino ai piedi, ha il viso gentile e i capelli bianchi ordinati in una treccia stretta. Ci mostra il suo giardino, dove sono raccolti vecchi cimeli e antichi arnesi agricoli.

Ovunque, a Civita di Bagnoregio, si respira un’aria che sa di ricchezza perduta, di fede, di semplice.

 

E come da lì, percorrendo il ponte, se n’è andato il tempo, così ce ne andiamo anche noi. E se ne va anche lei, con il suo profumo di cannella.