Archivi categoria: Pensieri casuali

Una macchina.

Qualcuno di famoso ha detto che se si aspetta d’essere pronti, non andremo mai da nessuna parte.

Esser pronti è impossibile.

Così io su questa macchina son salita senza saper guidare, senza sapere dove stavamo andando, di preciso. Vorrei vedere, non so, qualcosa di bello. Magari con Bon Iver che mi canta Holocene in sottofondo, magari mentre la mastico io, una candy bar.

I viaggi in auto sono una scommessa, d’altronde.

C’è chi allaccia le cinture di sicurezza, attento a non prendere buche e a non urtare i marciapiedi. I passeggeri delle auto troppo prudenti si perdono il bello del panorama, troppo attenti a contare i chilometri che hanno macinato senza essere davvero andati da nessuna parte.

 

Alcuni corrono, corrono, corrono. Spingono l’acceleratore senza curarsi della portata dell’auto che stanno guidando. Prendono frontali violenti e generalmente non escono indenni dagli incidenti a cui vanno inevitabilmente, deliberatamente, incontro.

Alcuni viaggi in macchina sono lenti, rilassati, partono all’alba e finisco al tramonto di anni dopo. Superano traballando le buche, si fermano a far rifornimento una volta o due. In questi viaggi, capita di passare con il rosso e di baciarsi al verde, di accostare in corsia d’emergenza per riprendersi un po’ e far sgranchire le gambe.

Non so esattamente se questi viaggi portino da qualche parte. A sentir la gente, molti ci restano secchi e basta. Arrivano esausti ad una meta che non li soddisfa, si separano all’incrocio senza voltarsi indietro, lasciando solo una lunga, velenosa, scia di rancore. A sentire molti, pare che questi viaggi si concludano tutti allo stesso modo. Con uno dei passeggeri che si ferma di punto in bianco nel bel mezzo dell’A4 e sale sulla macchina di un altro, con litigi sulla stazione radio, silenzi troppo saturi, con l’aria che manca e i finestrini rotti che spingono entrambi a voler disperatamente scendere.

Io, nella mia macchina, ci son salita con tutta me stessa, con ancora addosso i segni di un viaggio finito male. Dal finestrino, vedo promesse di montagne alte ed innevate, forse avvolte da una nebbia che nei giorni di pioggia mi pare troppo fitta. Guardo speranzosa il parabrezza che nasconde quella poca strada che abbiamo già percorso, spaventati, incerti, scossi e penso a quanto mi piacerebbe correre sui dossi e ridere degli scossoni. Mi piacerebbe fermarmi ad un autogrill improbabile e un po’ sporco, dividere un panino alla mortadella, delle patatine fritte surgelate e dei wafer alla nocciola, comprare un gratta e vinci vincente, spenderlo in carburante e guidare all the way to San Francisco.

Mi piacerebbe passare con il rosso in una strada deserta, guardare i profili scuri delle foreste delinearsi alla luce di una luna grande, quasi volare su di un rettilineo in discesa e proseguire lenti, invece, su di un lungomare assolato, per guardare il mare calmo leccando un gelato al caffè, rovesciando il succo di frutta sul sedile.

Mi piacerebbe pure bucare una ruota. Vedere che succede. Vedere chi tiene il cric.

Se aspettate d’esser pronti, non salirete mai su quella macchina. Magari ci morite sopra.

Magari, invece, arrivate a Timbuctu.

 

 

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Le SugarBabes dettano verità.

La verità è che l’essere umano è portato a ripetere i propri errori. Come te la spieghi la Seconda Guerra Mondiale, ad esempio. Vico lo diceva, che la storia si ripete. A me Vico è sempre stato particolarmente sulle palle. Un tizio che si limita a dire ‘ma si, succedono sempre le stesse cose, decade dopo decade’, mi è sempre solo sembrato uno troppo pigro per sviluppare una filosofia complessa e troppo spaventato per porsi domande a cui non avrebbe mai trovato risposta.

Con il tempo, gli sto dando ragione. Mica è l’unico poi, a parlare di questa storia, che facciamo gli stessi errori cinque o sei volte per essere sicuri d’aver sbagliato bene. Mi pare pure Ligabue l’abbia detto, in una delle sue diciottomila canzoni. Per dire, se lo dice Ligabue, dicono tutti che dobbiamo crederci.

Il punto è che il problema non è ripetere la cazzata, rinciampare nella stessa buca , ricadere nella stessa merda. Perché si sa, certe volte le stesse sfighe ti ricapitano davanti senza che tu le vada necessariamente a cercare – capitano e basta, e se ti impantani nello stesso fango per sbaglio va pure bene, sei giustificato.

Il punto vero è che secondo me a noi esseri umani le tranvate ci piace proprio darcele. Forse vogliamo essere tutti scrittori, tutti poeti che si nutrono di stangate sui denti per far fiorire la propria tristissima e intensissima arte. Secondo me c’è del masochismo inconscio, nel rilanciarci dallo stesso trampolino quando sai che, una volta fatto il salto, non caschi nell’acqua, ma in una accoglievolissima distesa di scogli. Ma si, il sangue ci ricorda che siamo vivi (e si, pure questa è una storia trita e ritrita, che i Goo Goo Dolls avranno scopiazzato da qualche Big degli anni ’50).

Bene io sono qui a dirvi che la dobbiamo smettere di fare cazzate. Che se una volta va male, la seconda va male pure. Che le seconde chance sono un ottimo modo per alimentare questo nostro malsano bisogno di essere sicuri che ci siamo fatti male per bene, non solo ‘un po’. Perché essersi rotti tutti fa cool, essersi fratturati fa solo un po’ sfigati.

Io vado a dormire, ciao.

 


Insomnia.

Every time you say you stop you never stop –

Why? Because it’s all there, soaking, aching, living living living burning burning burning –

And we should all get what we want, tell what we want whenever we want, how we want because if we talk the way we want to talk and they talk the way they want to talk then all it comes is just truth, truth, truth and let the truth be told, always –

So I want to be honest to myself, to you, to all of you and get it all out. Out, out, out –

OUT, WANT, TALK, NOW, FACE.


Nespole.

 

 

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A certe parole non ci penso mai, tipo alla parola nespola. Chi se le ricordava le nespole, prima di oggi. A certe cose non ci pensi mai in generale e basta. Perché siamo sempre tutti così impegnati a dannarci per le stesse, opprimenti, costanti, tartassanti, irrompenti, ingombranti cazzate che certe cose ti scivolano via dalla mente, dal cuore, da tutto, come sapone, come la maledetta schiuma del maledetto sapone.

In quella fitta rete che è il dietro dei nostri occhi, restano appigliate le nostre ossessioni. Quel pensiero che in tutto il suo dolore, ci conforta. Quel fastidio familiare, che appartiene al nostro sonno, ai nostri sogni e che al risveglio ti accoglie di nuovo a braccia aperte. Saranno forse scomode, forse spinate, ma sempre braccia aperte restano.

 

E così, quando la vita reale ti distrae, allora guardi davvero quello che hai attorno. Tipo le nespole.

Ed è come se t’avessero schiantato una mazza da baseball sui denti. E ti accorgi di quante cose ti stai perdendo, stando lì ad appannarti la vista con le tue ansie. Tipo gli alberi. Gli alberi sono bellissimi. Vivono, cambiano, si spogliano lentamente, una foglia alla volta, scoprendosi solo a chi è paziente abbastanza da aspettare che passi un’intera stagione. I loro rami fitti sono quelli che ti riparano dalla pioggia che batte, gli stessi che attirano l’ira dei lampi durante una tempesta. Gli alberi si uniscono e confondono nelle foreste, si perdono, ti fanno perdere e confondere. Ma quanto coraggioso è, quello che da solo, maestoso, imponente, svetta nel mezzo di una pianura, e si espone, si erge sugli altri, su tutto.

 


Dove sta la fregatura?

Una volta lessi un estratto di un racconto popolare giapponese. Non sono mai stata appassionata di letteratura orientale. Gli occhi a mandorla mi hanno sempre messo un po’ d’ansia, perchè son troppo profondi e non riesco a guardarci bene dentro. I capelli dei giapponesi sono troppo lucidi e spessi per i miei gusti e mi fanno sentire sempre una pecora spelacchiata dalla criniera opaca. Le loro mani sono affusolate e fine, le loro labbra sottili, il loro alfabeto incomprensibile e sebbene nei giorni di noia della mia adolescenza manga e anime mi abbiano sporadicamente tenuto compagnia, ho sempre trovato una complessità troppo distante dalla mia portata nei loro valori, nel loro portar rispetto, nella loro saggezza composta e severa. Quelle righe mi lasciarono perplessa per un paio di giorni. Erano così semplici e ingenue, quasi intrise di una speranza infantile che non leggevo da tanto tempo.

La storia parlava del destino. Un narratore lontano raccontava di come due persone siano inevitabilmente legate l’una all’altra da un filo rosso. Il filo, stretto al loro dito mignolo, le condurrà prima o poi l’una all’altra. E non importa se esse si trovino in continenti diversi, se mari o cime le tengano separate e distanti per anni o decine d’anni. Il filo farò trovar loro la strada per incontrarsi, un giorno, nel più casuale dei luoghi. Quando questo avverrà, sapranno di appartenersi. Realizzeranno d’essersi aspettate senza saperlo, capiranno d’esser sempre state sole.

Non son qui a scrivere di fili rossi per parlar del mio. Con tutta probabilità, ho  ancora troppi oceani da oltrepassare, monti da scalare, sorrisi da distribuire e lacrime da versare, prima di trovare il mio, di filo rosso. Ma voglio credere ai giapponesi, per questa volta. Voglio credere che niente sia coincidenza, che nessun incontro sia superfluo, che nessun luogo sia accidentale. E’ strano guardare indietro e pensare a quante cose sarebbero potute andare diversamente, a che tipo di persone saremmo potute diventare se gli eventi si fossero svolti in maniera del tutto differente. E’ strano pensare che non avremmo gli stessi amici, gli stessi ricordi, le stesse fotografie incorniciate in camera e gli stessi post it stropicciati nelle tasche, le stesse parole nei diari, le stesse storie da raccontare.

Forza, stupitemi.


Ilnondetto.

“Prendiamoci un caffè.”

“Ci vediamo là.”

“Magari hai cambiato idea.”

“Forse passo. Non lo so, forse passo.”

“Mi dimentico le cose. Non tutte, però.”

“E’ stato tipo un film americano a rallentatore.”

“Bevi acqua. Vai a bere acqua. Poi torna.”

“Fai domande compromettenti. Sei inopportuna.”

“Il look bagnato fradicio non era male.”

“Oh.”

 


22.

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Una volta vivevo ad Homerton, un ridente sobborgo inglese dell’est nei pressi di Hackney. In genere, Hackney era piuttosto famosa per spiacevoli incidenti ai passanti, accoltellate notturne negli off licences e pub dai karaoke altamente degradanti. In quella casa, vivevamo io, la mia amica Gaia, la mia amica Giulia e il mio amico Giuliano. Era l’ultimo anno di università, e Gaia era in camera sua. Una camera bianca e nera, dalle tende trasparenti, le foto appese al soffitto e il piumone a pois. Gaia fumava spesso nella sua camera, per purificare la sua anima travagliata, credo. La sua libreria raccoglieva letteratura disordinata, casuale. Un giorno ho bussato alla sua porta in preda ad una paturnia di domenica mattina. Lei era seduta di spalle alla scrivania, leggeva un articolo al computer. Le ho detto che non sapevo perché stavo studiando giornalismo, che avevo 21 anni – di cosa avrei potuto mai scrivere. Che giornalista sarei mai potuta diventare, però, se non ero in grado di trovare qualcosa di cui scrivere? E cosa me ne sarei fatta, di quella insensata voglia di vomitare parole in continuazione? Chi sarebbe mai stato interessato a leggere quello che non avevo da dire?

Lei mi ha guardato per qualche secondo, con un’aria vagamente preoccupata. Ho visto nei suoi occhi blu blu blu l’empatia, quasi una leggera patina di dolore. “L’unica cosa di cui possiamo scrivere, è di quello che sappiamo,” mi ha detto, quasi ridendo, quasi sorpresa della saggezza di cui la sua risposta era intrisa. Io mi sono girata e me ne sono tornata nella mia stanza. La mia stanza dava sul cortile interno della casa. Ho guardato per un po’ le rose rampicanti della staccionata, poi mi sono vestita e sono andata a fare la spesa.

Adesso vivo a Seven Sisters, un ridente sobborgo al nord di Londra, con la mia amica Gaia e la mia amica Giulia. Il mio amico Giuliano ha pensato bene di andarsene dall’altra parte del mondo a trovare se stesso, qualche bella ragazza e un po’ di saggezza. Tornerà, perché tutti i migliori se ne vanno ma ad un certo punto ritornano sempre. O se ne vanno più lontano, una delle due. Gaia non lo sa, ma quando sono davanti ad un foglio bianco, penso sempre a lei prima di cominciare. Penso a quello che mi ha detto, quella domenica mattina. Penso alle rose che ho fissato per qualche minuto, al cielo plumbeo di Londra, alla pasta integrale che ho comprato al Sainsbury’s. Poi, scrivo.

Ho 22 anni e della vita non so un cazzo – eppure questo non sembra essere più un problema. Grazie.