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C’era una volta l’amore ma ho dovuto ammazzarlo.

C'era una volta l'amore ma ho dovuto ammazzarlo.

             Quale uomo, tosto e in gamba, non se l’e’ mai fatta addosso?

L’amore picchia piu’ duro di Tyson, si muove meglio di Ali’, e’ piu’ veloce di Ben Johnson dopato.

Puoi anche avere il 48 di piede, l’amore ti butta a terra e ti fa rotolare per tutta la stanza scorticandoti il culo.”

p.113

“Noi due abbiamo avuto dei buoni momenti, abbiamo avuto dialogo e sogni, abbiamo avuto citazioni e canzoni.

Abbiamo avuto sesso con amore, sesso con magia, sesso con sangue e follia. Forse voglio negare quell tempo, ma

saro’ qui a ricordare che le ho insegnato a muovere le stelle, a leggere scrittori con i controcazzi, a capire cio’

che i nostri occhi non vedono, cio’ che non si sente, le creature dell’oscurita’. Lei mi ha insegnato a sapere e almeno questo e’ sicuro.

Lei e’ schiva, silenziosa, con ferite antiche. Devi amarla con attenzione, puo’ diventare fredda e dura come una roccia di gesso,

puo’ chiudersi in se stessa come una chiocciola offesa.”

p.130

“Quando un aereo perde la rotta basta una manovra per ritrovare le coordinate ma quando un treno deraglia non c’e’ piu’ molto che si possa fare.”

p.145


Sto scrivendo un post su cinquanta sfumature di grigio. E’ vero. Scusate.

L’ho letto. Amazon ha gentilmente deciso di regalarmi tre codici promozionali per ottenere gratuitamente tre e-books.

Ma sono dei furboni quelli, che non lo sapete. Quindi in un mucchio di libri un po’ inutili – come interpretare le espressioni facciali delle persone o le 500 migliori ricette a base di yogurt – ci hanno infilato anche il bestseller della maialina londinese che ha fatto i milioni scrivendo di una cosa sola. Sesso.

Il mio indice ha selezionato Cinquanta sfumature di grigio con fare esitante. Non volevo, davvero, ma poi ho iniziato a ripetermi le scuse che hanno usato più o meno tutte le donne.

“Sono solo curiosa, non sei mica una pervertita se decidi di leggere il libro che ha incassato più soldi di Harry Potter.”

“E’ solo che voglio capire cosa c’è di speciale in questo coso, perchè ne parlano tutti?”

“Potrebbe essere un buon libro da recensire per il mio blog.”

“Voglio diventare una giornalista, sono o non sono aperta di mente?” … c’era una battuta qua, ma mi sa che me la risparmio e la lascio alle vostre maliziosi menti.

Insomma, l’ho finito subito. Perchè? PERCHE’ COSA ACCIDENTI C’E’ DA CONCENTRARSI IN UN LIBRO CHE PARLA DI DUE CHE FANNO SEMPRE LA STESSA COSA?

Non è che adesso potete aspettarvi che io parli male di questo libro, però. Perchè si: è scritto con i piedi, il vocabolario è più povero di quello usato da un bambino di dieci anni (sempre le stesse sei parole, davvero)e si, i personaggi hanno uno spessore piuttosto irrilevante – lui è un figo che più figo non si può, lei è la classica ragazza carina che non si rende conto d’essere carina, che è timida, che inciampa sui lacci delle sue stesse scarpe e che ha una migliore amica iperprotettiva che OVVIAMENTE si innamora del fratello del ragazzo della migliore amica blablabla.

Ma in questa autrice c’è qualcosa di geniale, e non mi riferisco di certo alle sue dubbie capacità di scrittrice.

Ha tappato un buco nell’editoria. Ha capito che le donne, tutte le donne, avrebbero voluto leggere di una storia che parla di quello. Ma non potevano certo portarsi in metropolitana un libro intitolato ‘tutte le cose proibite che mi piacerebbe ricevere a letto’. Così c’ha infilato l’ombra di una relazione travagliata, dentro al suo romanzo dallo sfondo prettamente pornografico, e l’ha reso un prodotto che poteva tranquillamente essere venduto in prima fila sul banco ‘novità’, magari al fianco di Saviano.

Un po’ come fece la Victoria’s Secret – vendono lingerie di seta e pizzi e fanno finta che la gente con quella roba addosso ci vada a fare la spesa al supermercato – mapperfavore.

Quindi io dico una cosa. Potete semplicemente ammettere di essere curiosi e leggere il romanzo alla luce del sole o potete utilizzate anche voi una delle scuse soprastanti. La mia preferita è dire che gli sciocchi non sono quelli che lo leggono, ma quelli che devono per forza vergognarsi di dire in giro che lo hanno letto, perchè ‘ma dai, ma per favore, ma quella non è letteratura, ma è una cagata, che libro è?, vergognati’.

Che poi, alla fine, secondo me tanto scusa non è.

Ora scusate, devo finire l’ultimo della saga aahahahaaha


Giochiamo a credere al destino.

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Ormai appurato che in questo blog finiscono tutti i pensieri più random e probabilmente meno utili delle mie giornate, mi pare opportuno meditare pubblicamente sul destino.

Perchè forse è il destino stesso che mi ha fatto trovare questa frase sul destino per farmi cambiare il mio, di destino.

No, non lo so, era solo una climax carina.

In ogni caso un paio di pomeriggi fa ero a prender freddo dalle parti di Covent Garden. In verità cercavo (oltre che ispirazione), il secchio della spazzatura – lunga storia, quella dei cestini dell’umido rubati dagli omini della pulizia notturna. Camminare tra luci natalizie, ghirlande di pini, pigne e arance essiccate adornate di fiocchi rossi mi ha infuso quella sensazione di bello che solo in Natale mi fa ricordare ogni anno. Cammino per le strade affollate di turisti dai nasi rossi e mi sento bene, benissimo. Vedo bambini che passano di fronte a Hamleys chiedendo orsacchiotti di peluche (d’accordo, altri chiedono l’Ipad ma mi va di fare la romantica, ok?) e mi sento ancora meglio. Gli autobus rossi mi sembrano più rossi, la National Gallery mi sembra un tempio incantato e Regent Street… mi sembra sempre Regent Street, solo con più gente con più buste in mano.

Mentre cercavo di gestire con ammirable maestria il mio i-pod indossando ancora i guanti (è stata sicuramente una scena divertente per chi mi ha accidentalmente osservata durante il processo) mi sono ritrovata di fronte ad una delle librerie più fornite di tutta Londra: Waterstones. La catena ha infatti una delle sue sedi più grandi proprio al centro dell’ombelico del mondo (aka Piccadilly Circus).

Ti pare che me ne resto fuori a combattere con le cuffiette?

E’ sempre la stessa storia, entro lì dentro e mi perdo. Ora, risparmiandovi pure la parte in cui descrivo l’amore sconfinato che provo per le copertine rigide in stoffa edizione speciale Penguin dei classici inglesi, mi ritrovo di fronte al reparto di letteratura straniera. Generalmente evito di bazzicare da quelle parti, mi fa sempre un certo orrore trovare ‘Ho voglia di te’ accanto ad Dante, Pirandello e Calvino.

Avevo voglia di fare la stupida e provare quel giochino che faccio sempre nei momenti di trance esistenziali. Chiudo gli occhi, scelgo un libro a caso e decido che frase leggere una volta aperta una pagina random. Successivamente, mi autoconvinco del fatto che la frase appena letta possa in qualche modo calzare con la mia situazione problematica e illuminarmi la retta via.

1.2.3.

“L’uomo è nato per tradire il proprio destino.” – Monte Cinque, 1996.

Eccollà che becco Coehlo. Oh, non c’è verso che il proclamato autore dell’Alchimista sia mai entrato nella mia lista dei ‘si’. Ma ecco puntuale l’opportunità di cambiare idea.

Perchè, che ci crediate oppure no, il mio giochetto c’ha preso in pieno anche stavolta.

Però, caro Coehlo, non ti ho comprato. Tu dimostrami di aver ragione… e ne riparliamo.


Storia di un diluvio.

“Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici
salmastre ed arse,

 piove su i pini
 scagliosi ed irti,
piove su i mirti
divini,
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
su i ginepri folti
di coccole aulenti,
piove su i nostri volti

 silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti

 leggieri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,

 su la favola bella
 che ieri
t’illuse, che oggi m’illude.”

D’Annunzio è sempre D’Annunzio, è vero. Ma personalmente non ho mai provato una gran simpatia per un poeta che resta, e resterà sempre nella mia testa, un narciso troppo convinto di se e del suo innegabile talento (per la poesia come per i guai… e anche le donne, d’accordo, anche le donne). Ricordo d’averlo studiato al liceo con un misto tra riluttanza e fascino.

Ma poi lessi La pioggia nel pineto.

E da quel giorno (forse ormai un po’ lontano) di Febbraio, ogni volta che piove mi ricordo di quel pomeriggio, china sul libro giallo e sottolineato di letteratura, a leggerla ad alta voce.

Non sarà forse la sua composizione più bella, non m’importa.

Ma in questa giornata di pioggia di novembre, seduta in camera a tentare di scrivere un benedetto articolo, me ne resto qui al semibuio, ad osservare dalla finestra bianca la pioggia inglese che cade fitta ed arrabbiata, e sento le foglie incresparsi, i rami rompersi, l’acqua cadere e crepitare. E mi sento come se la pioggia mi scavi sempre un po’ dentro, mi lavi un po’ il cuore.

E penso a D’Annunzio.


On The Road: Kerouac vai e stringi la mano a Selles, su.

Dire che il libro di Kerouac sia un capolavoro, un vero ritratto della beat-generation,   una storia di vita che ti scava dentro è riduttivo. Molto, riduttivo.

Ho atteso con tribolazione l’uscita del film, che temevo non sarebbe stato all’altezza delle mie aspettative (a quanto pare, a Cannes la pensavano come me). Così non è stato.

Non sono una critica cinematografica nè lettararia, ma non ho riserve nel dire che la fotografia del film è pazzesca, la regia un portento e gli attori assolutamente calzanti (dai, Kristen, non hai fatto poi così schifo come tutti dicevano).

Se volete sapere la storia, andate in libreria, comprate il libro, leggetelo. Niente riassunti, il viaggio (e non solo fisico) va vissuto tutto, centimetro per centimetro, dal Messico alla Louisiana, dalla California al Canada.

Tutto ciò che voglio dire è che se volete un banchetto (no, non un assaggio) della vita sesso-droga-e-rock’n’roll questa è la storia che fa per voi.

Io non bevo e non fumo ma ehi, uscita da quella sala cinematografica ero praticamente ubriaca. E fumata.

 


C’era una volta un ricordo.

Aggirarsi tra gli scaffali color panna della biblioteca è una di quelle cose che mi fanno sentir bene.

Io non apro libri a caso, non sfioro con le dita le copertine nè vago persa tra i corridoi. Mi piace stare distaccata, un po’ scettica, un po’ come una che sa quello che cerca e leggere i titoli strani dei libri.  Quelli un po’ rabbiosi, specialmente.

Cerco copertine dai colori accesi e lucidi, sperando che il tomo si riveli essere pesante, possibilmente dalle pagine spesse e giallastre che mi danno sempre un senso di libro intelligente. Mi piace quando la carta si ferma sulle dita, ruvida, come ostinata a non farti cambiar pagina. Adoro quei libri prepotenti, che vogliono essere divorati e vogliono lasciarti quella strana sensazione di pesantezza addosso. Quella che non va via se non dopo qualche giorno, ma anche un po’ di più.

E’ per questo che mi son stupita di me stessa, quando ho preso in mano quel libricino timido, leggero, color  celeste opaco, chiaro, dal titolo ingombrante ma alto appena un paio di centimetri. Ho pensato ‘ecco, una di quelle pallottole che ti colpiscono e te ne accorgi solo quando sanguini.’

E d’altronde, così è stato. I ricordi mi guardano è una prosa densa, concisa e senza pizzi, del poeta svedese Transtromer (che, dettaglio non trascurabile, ha  vinto il Nobel per la letteratura nel 2011). In meno di settanta pagine lui raccoglie sprazzi della sua vita, vividi ricordi d’infanzia e d’adolescenza vissuti nella Stoccolma degli anni ’30, che lasciano intuire un’esistenza travagliata, fatta di scoperta ma anche di tenebre e buio. Ed è lì, leggendo quelle parole fluide e lucide (seppure l’autore scriva di primissimi ricordi alla venerdanda età di sessant’anni), che mi son chiesta quanto i ricordi non siano poi davvero così parte solo del nostro passato.

Le mie lunghe riflessioni non hanno portato a granchè, come capita (troppo) spesso, ed ho felicemente concluso che io personalmente nei ricordi ci sguazzo (seppure mi rendo conto questo abbia poca rilevanza per chiunque stia leggendo).

In ogni caso, ho anche provato quella dolce sensazione di ‘so che questo libro mi ha in effetti lasciato qualcosa, anche se non so ancora cosa.’ Per questo merita una lettura, un pensiero e, perchè no, un post.

Grazie a Martina, che mi ha fatto cader l’occhio proprio su quel mucchietto di pagine un po’ velenose.