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Barcellona e il mio amore per i balconi, per gli areporti, per l’aspirina.

Luglio e’ stato un mese di assenza, di assenze. Come tutte le assenze che si rispettino – e le piu’ affiliate e sanguinolente emozioni – l’areporto e’ stato un punto cruciale. E’ importante parlare degli areporti. So di essere ripetitiva con tutta questa storia delle stazioni, dei binari, delle partenze ma, insomma, l’areporto e’ IL posto. Quell’unico posto al mondo che sa regalarti la gioia dell’arrivo e il dolore della partenza. Il piu’ dolce dei caffe’ e la piu’ amara delle torte alla carota. Lo so, lo so.

In tutto questo solito blaterare ho deciso che il modo migliore per spendere del buon tempo, oltre a sprecare le mie gia’ scarse energie in una dose massiccia di pensieri piu’ o non meno arrovellati, fosse quello di andare da qualche parte dove facesse caldo, dove ci fossero molti dolci e dove poter pensare rumorosamente in compagnia di buoni amici. Sono cosi’ andata a Barcellona.

Che citta’, che gente, che bellezza.

E siccome le cose che non possono essere raccontate non dovrebbero essere scritte, ecco a voi quello che ne e’ uscito fuori.


VIMEO, quanto amore.

Sempre, sempre il migliore, VIMEO.

A voi.


Bruxelles – photogallery.

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Una fotografia al giorno ti fa venire voglia di viaggiare una volta al giorno.

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National Geographic è la mia bibbia. Mi sveglio al mattino, accendo distrattamente il pc e non sono a mangiare cereali Tesco Value seduta di fronte al pc, aspettando che la doccia si liberi, la prospettiva di correre all’Overground per poter arrivare puntuale a lezione.

No, oggi mi sono svegliata in Giappone, dove i ciliegi sono sbocciati, anche quest’anno. A loro non importa dell’elezione del nuovo Papa, di Osborne che tra un po’ ci taglia i fondi pure per comprarci le mutande, delle bombe che ancora scoppiano in Iraq.

Ieri ero a nuotare nelle acque cristalline della Florida, qualche giorno fa ho persino osservato da vicino il re degli uccelli in  Nuova Guinea.

Si fa quel che si può quando ancora non si può far niente. Ma si potrà, prima o poi si potrà. (:


Wildlife Photographer of the Year – visitare mezzo mondo in 6 stanze.

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Forse il primo post davvero utile di questo blog.

Per chi fosse appassionato di fotografia paesaggistica e naturalistica, il Natural History Museum (grazie Luca per la correzione!) di Londra ha attualmente in corso una mostra imperdibile.

La mostra è suddivisa in sei sale – per ‘ambienti geografici- ‘,e  le foto vincitrici del concorso sono ordinatamente raccolte e spiegate nel dettaglio (dagli Iso e tempi d’esposizone alla storia della foto vera e propria). Atmosfere soffuse, TROPPA GENTE il weekend, l’istallazione vale sicuramente i £10 di biglietto che costa (£5 per noi poveri studenti!).

Un viaggio che non si scorda.


Trovare titolo originale per post natalizio.

Parlare dei regali di Natale a Dicembre, che originalità.

In effetti avevo pensato di delucidarvi con le mie riflessioni post-Mean Girls, con la mia nuova disastrosissima  intolleranza ai lieviti (perchè questa si che sarebbe una cosa di vostro interesse, ne sono certa) oppure della mia perenne lotta contro una astiosa dissertation che non mi lascia pace.

Però poi ho pensato che come tutte le blogger dovrei fare una sorta di whishlist, no? Sia mai che a qualcuno salti lo sghiribizzo di prendere spunto da questo post e regalarmi un viaggio in Islanda.

Anche quello in Australia andrebbe bene lo stesso, eh.

Così mentre appendevo le lucine di natale tutt’intorno al letto e alla libreria della camera (anche al mio collo, se volete saperlo), correndo il concretissimo rischio di fulminarmi le poche sinapsi che mi restano per colpa delle alquanto inquietanti prese elettriche inglesi, ho buttato giusto un paio di cosine che mi piacerebbe avere prossimamente. Magari dopo Natale. Magari l’anno prossimo. Magari tra un paio d’anni, quando avrò qualche soldo da parte. Magari tra una decina d’anni, quando avrò davvero qualche soldo da parte. Magari quando avrò qualche soldo e basta. Semmai avrò qualche soldo. Ouch.

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download (2)  Fisheye

download  Un modestissimo viaggio in Islanda

download (1) Un modestissimo viaggio a Paestum per vedere il festival delle mongolfiere

lomography_workshop Lomography Course

E poi non ditemi che sono una che vuole la luna.


Cercando, trovando, disperando.

Fotografare è difficile.

Un paio di settimane fa sono inciampata in una copia del Time Out London all’uscita dell’overground di Highbury&Islington. L’ho aperto un po’ contrariata, quasi strozzandomi con l’ombrello che tenevo pericolosamente (e pericolante) in mano.

Un piccolo riquadro in una delle ultime pagine suggeriva un seminario gratuito sulla fotografia tenuto alla Press Association. Ho sorriso, pensando sarebbe stata una buona occasione per rivedere gli uffici affollati e frenetici in cui ho passato la settimana di work experience più frustrante della mia vita. Ora, sarebbe stato divertente.

Così eccomi lì, tra una piccola folla di gente dall’aria fica, ad ascoltare chiacchiere su reportage e press photography di freelancer che cercavano di stringere qualche contatto utile – non si sa mai cosa nasconda la vita di quello seduto accanto a te in una stanza della PA, attacca bottone per sicurezza- si, l’ho pensato anche io.

Tuttavia, la mia vicina era una loquace ed innocua insegnante d’inglese. Ha commentato il mio accento e mi ha parlato della sua voglia, alla veneranda età di 58 anni, di cambiare la sua vita, correre un po’ di rischio e buttarsi nel mondo dell’arte.

‘Fermare quello che vedo con gli occhi su una pellicola mi pare un buon inizio. Nemmeno troppo difficile, no?’, mi ha detto sgranando quegli occhietti un po’ giallastri. Ricordo di aver pensato che mi pareva scortese puntualizzare sulla pellicola e farle presente che ormai il digitale ha avuto la meglio da qualche anno. Ho sorriso cortesemente e ho riflettuto un po’ sulla sua domanda.

Fermare quello che vedo. Vero. Fotografare è far si che l’emozione che hai provato quella volta, scattando la foto in quell’istante, si congeli insieme ad un clik. Conservare l’emozione all’infinito, persino nel portafogli. Molto poetico.

Così, quando un fighissimo fotoreporter del Times finì di parlare e mostrarci il suo portfolio d’Afghanistan (con mia conseguente bava), alzai la mia stupidissima mano (palesemente accompagnata da un color violaceo sulle guance).

‘Abbiamo parlato di quanto sia importante studiare, imparare, capire come essere un buon fotografo professionista. A quanto pare il messaggio è che chiunque possa diventare un fotografo di professione. Ora vorrei che lei sinceramente mi dica quanto conti davvero il talento, quello innato, per sfondare in questo mestiere,’ chiesi.

Di quell’istante di silenzio ricordo molto bene il mio avvampare, la gomitata e l’occhietto amichevole della maestra accanto a me e lo sguardo stupito del fotografo. Si grattò la testa sorridendo e disse: ‘ Questa domanda la fa chi ha paura. Se non avessi paura, signifigherebbe che non vuoi davvero diventare una fotografa. E credimi, se vuoi davvero essere brava in qualcosa significa che hai capito di poterlo fare. Forse non l’hai ancora capito tu stessa, ma troverai qualcuno che lo fara’ per te. Allora torna da me, e ne riparleremo.’
Che diamine di risposta, ragazzi.