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About Time.

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La scappata serale del martedì sera al cinema più infrattato del mondo, aka West India Quay – ma dove, quello vicino Canary Wharf? – Si, oddio dobbiamo cambiare quattro linee metropolitane per arrivarci – eh, ma costa solo cinque pounds! – ha dato i suoi frutti.

Come al solito, ho finito le mie patatine all’aceto, il pacchetto di caramelle Haribo e la stecca di KitKat ancora prima che finissero i trailer, ma About Time si è rivelato essere una commedia romantica tutto sommato digeribile anche senza l’aiuto della porzione grande di pop corn aggiuntiva.

Lui è ‘too tall, too thin, too ginger’. Lei è quella che c’ha il sorriso invidiabile da ragazza della porta accanto – ma quella che quando te la apre la porta ci resti tipo secca perché è bella ma bella bella.

E insomma la trama è incredibilmente semplice, ma non so perché adesso che mi trovo qui a doverla scrivere ho delle difficoltà. Forse perché ho sonno. Comunque, in sostanza lui scopre di poter viaggiare nel tempo, e tra una cosa e l’altra, il succo della storia è che il bello della vita è viversela come se, deliberatamente, avendo la possibilità di viaggiare nel tempo a proprio piacimento, si decidesse di tornare proprio a quel giorno, quel giorno normale, ordinario. Come se, quel giorno qualunque, avesse qualcosa di davvero speciale che valga la pena di un viaggio nel tempo.

Questo film, sebbene colpevole d’essere un’accozzaglia di pubblicità occulta che nemmeno la Rai è così esplicita, mi ha fatto però riflettere molto. Ho riflettuto sul tempo, su quel misterioso ed incomprensibile meccanismo che è il tempo, il tempo che fa la storia.

Basterebbe un secondo passato diversamente, nella nostra esistenza, per sconvolgere il presente. Un treno in ritardo, una chiamata persa, un invito a cena declinato.

Una lezione mancata, per non conoscere un amico importante.

Un messaggio in bozze, per non scoprire cosa fosse l’amore.

Un the in meno, per non trovare un tesoro.

 

Chissà cosa sarebbe stata, questa vita.

 

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La sindrome da serietvaddicted.

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Tutto è iniziato un pomeriggio nebbioso, freddo e grigio di Dicembre.

Sono passati tre anni da quando la mia cara Chiara è venuta a trovarmi a Londra. Al tempo, vivevo ancora in una casa bellissima, con le finestre enormi, il portiere a cui portavo sempre un pezzo di torta. Lo chiamavamo Poldo, era gentile.

Quel pomeriggio di tre anni fa, Chiara mi propose di guardare la prima puntata di Grey’s Anatomy. Era troppo freddo per uscire, ma per me guardare una puntata della serie che avevo deriso fino alla morte per tutto il liceo era… troppo.

Perchè guardi quella spazzatura? E’ tutto così finto, è così inutile guardare una serie del genere! Le serie tv non le capirò mai.

Ero evidentemente pazza. Una persona orribile, aggiungerei.

Quella prima puntata fu la vera, prima, epifania della mia vita. Dopo quei 44 minuti di umanità, il tunnel non è mai più finito.

Grey’s Anatomy non è una serie. E’ LA serie.

Nove stagioni di lacrime e gioie, di amori e amicizie, di sangue e tragedie e persone e avventure. Poi, ovviamente, uno deve pure occupare il tempo mentre aspetta l’uscita di una puntata. Così cominciarono Doctor House, The Gilmore Girls, Dexter, LostDesperate Housewives, Pretty Little Liars, Vampire Diaries. 

Non si esce mai più dal tunnel, mai più. Credo che a breve testimonieremo la comparsa di una patologia da ossessione-della-serie-tv.

Ma che importa? La cura per non pensarci sarà… guardarne una nuova.

….

 

 


Gatsby. Ti aspettiamo.

Già ti amiamo.


La Goslingmania.

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LUI e’ ovunque.

Non che sia un dispiacere per i miei poveri occhi stanchi, secchi a furia di scrutare academic journals al computer, abituati ormai alla timida luce inglese e alle mozzarelline dai capelli ginger che si aggirano per l’università.

E’ che mi fa un po’ ridere. Perchè il bel Ryan, giovane, biondo, famoso, fascinoso, s’è preso tutto quello che ha potuto negli ultimi due anni.

Ha girato un film dopo l’altro, ha fatto finta d’essere un ragazzaccio dal cuore tenero in The Notebook, ma è stato inarrestabile figo in Gangster Squad, gigolò innamorato in Crazy Stupid Love, rapinatore tatuato ti-voglio-sposare-lo-stesso in The Place Beyond The Pines. Poi oh, Blue Valentine, Drive…

Ho una domanda per te, Gosling.

Perchè vuoi prenderti una pausa, perchèèèèèèèèèèè.


VIMEO, quanto amore.

Sempre, sempre il migliore, VIMEO.

A voi.


Spring Breakers – YO MATHERFAKAH.

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Sostanzialmente, è in queste due parole – YO MATHERFAKHA – che potremmo riassumere il film scandalo di Harmony Korine. Scandalo… bah.

Culi, tette, tette, culi, droga, bikini bikini Martini. Io di nuovo non c’ho visto un granché  eccetto un irriconoscibile James Franco con tanto di denti d’argento, treccine luride e tatuaggi improponibili sparsi casualmente per tutto il corpo.

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Non aspettatevi dialogo, perchè il film va avanti più o meno sempre a rallenty, inquadrando scene a colori lomo delle quattro protagoniste che fumano, bevono e si drogano. Sul sottofondo ‘musicale’ spesso frasi motto a ripetizione – Spring breakers forever, we found ourselves here… 

Le critiche lo hanno venduto per un film generazionale, io lo venderei per quello che è: la storia di quattro sgallettate che si fanno prendere dalla follia da collegiali, dai soldi facili delle persone sbagliate e, in fondo, dalla mignottaggine che è insita in loro. E fanno party. E giocano con le pistole.

Ad interpretare le quattro spingbreakers, due sono ex Disney-Channell stars, una è un’ irriconoscibile Hanna (si, quella di Pretty Little Liars) e l’altra boh, non la conosco, ma ha i capelli rosa e la faccia un po’ da cagna.

Sono state loro a vendere il film, e il ruolo delle attrici stesse a rendere una storia mediocre oggetto di tante chiacchiere: le brave ragazze che si riscattano e diventano bad girls.

Emma cara, Emma Watson, lo so che stai girando The Bling Ring, sulla falsa riga di Spring Breakers. T’ho vista con i vestiti da coatta e la lingua di fuori. Guarda che un’Hermione porca non la tollero, eh, te lo dico. T’avverto.

 


Venuto al Mondo – LA disperazione.

Venuto al Mondo

Un po’ di tempo fa ho scritto una review di un film, Like crazy, che reputai ‘distruttivo’.

Venuto al mondo, ispirato al celebre libro della brillante Mazzantini, è un film di Castellitto che non ha niente a che vedere con niente, quanto a disperazione.

NIENTE.

Like Crazy? Una passeggiata in riva al mare, una tristezza leggera che passa con un gelato.

Quando lessi il libro, ricordo d’essere stata avvertita da molti. Sarebbe stata una dura prova, una lettura coraggiosa. Una storia di guerra, di un bambino portato in grembo da una donna che non sarebbe stata la madre. Di violenze, di morte e di Sarajevo, la città che odora di fumo e di guerra. La storia di un amore ferito, mutilato, malato.

Leggere Venuto al Mondo è molte cose insieme. Rare emozioni e sincera tristezza. Vederlo è un’altra cosa. Pensi di essere preparata, ma non lo sei nemmeno lontanamente.

Gemma è una studentessa che decide di partire per la Bosnia per completare gli studi della tesi di laurea. Promessa sposa in un matrimonio che non parte mai e finisce ancora prima, incontra Diego, un fotografo dall’anima preziosa. Un’amore che nasce in una città di artisti, di poeti e di mimi che moriranno sotto le pallotte di un cecchino.

“Perchè sei sempre così felice?”

“Perchè la tristezza mi fa schifo. Ecco, mi fa proprio schifo.”

I due si innamorano, si rincontrano, si trasferiscono. Decidono di avere un bambino che la natura non vuole concedere loro. Quando fecondazioni e adozioni falliscono, sarà la città che aveva regalato loro l’amore a dargli anche un bambino. E una ‘pecora rossa’.

Castellitto, avevo giurato che non avrei mai più visto niente di tuo, troppo dolore. Ma ogni volta, in tutta l’amarezza che mi lasci, mi fai sempre cambiare idea.