Il vento.

Nebbia

Folate.

Volate, irruente, cruente, crudeli, infedeli, infedeli come lui che mente, come quello che ho in mente.

Dolorose, sanguinose, come calci inflitti prepotenti su chi gia’ barcolla nella folla, si tiene in piedi su due piante ferite, graffiate, segnate.

Dove porta questa strada dismessa? Questi dossi rapidi, queste lacrime insipide, questi occhi provati, scossi – dove andremo a confessare il nostro odio se non a quelle nostre corde morbide, che ci tengono unito il cuore e ci fanno ancora sussultare, respirare, sussurrare ai nostri animi stessi, spessi, che e’ ora di scalare la montagna piu’ alta e nuotare nell’acqua piu’ torbida. Di perdersi nella foresta piu’ fitta, di cercare la strada dritta, senza il lusso di smettere di correre per prender fiato, perche’ non c’e’ tempo di farlo, non c’e’ tempo di aspettare chi se n’e andato.

Ed e’ il vento, a scuotere le acque del mare d’inverno. Quando il sole non scalda la sabbia e le onde sbattono sole, piu’ arrabbiate ma forse piu’ se stesse, perche’ nessuno le guarda.

E se e’ vero che il vento porta tempesta, che tempesta sia. Che le onde si scaglino pure su questa barca forata, amareggiata.

Scosteremo i capelli dal viso sporco, ci guarderemo le cicatrici sulle mani secche e solleveremo il nostro corpo livido, ma guarderemo il cielo limpido e ci diremo che ce l’abbiamo fatta.

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