Archivi del mese: ottobre 2014

Una macchina.

Qualcuno di famoso ha detto che se si aspetta d’essere pronti, non andremo mai da nessuna parte.

Esser pronti è impossibile.

Così io su questa macchina son salita senza saper guidare, senza sapere dove stavamo andando, di preciso. Vorrei vedere, non so, qualcosa di bello. Magari con Bon Iver che mi canta Holocene in sottofondo, magari mentre la mastico io, una candy bar.

I viaggi in auto sono una scommessa, d’altronde.

C’è chi allaccia le cinture di sicurezza, attento a non prendere buche e a non urtare i marciapiedi. I passeggeri delle auto troppo prudenti si perdono il bello del panorama, troppo attenti a contare i chilometri che hanno macinato senza essere davvero andati da nessuna parte.

 

Alcuni corrono, corrono, corrono. Spingono l’acceleratore senza curarsi della portata dell’auto che stanno guidando. Prendono frontali violenti e generalmente non escono indenni dagli incidenti a cui vanno inevitabilmente, deliberatamente, incontro.

Alcuni viaggi in macchina sono lenti, rilassati, partono all’alba e finisco al tramonto di anni dopo. Superano traballando le buche, si fermano a far rifornimento una volta o due. In questi viaggi, capita di passare con il rosso e di baciarsi al verde, di accostare in corsia d’emergenza per riprendersi un po’ e far sgranchire le gambe.

Non so esattamente se questi viaggi portino da qualche parte. A sentir la gente, molti ci restano secchi e basta. Arrivano esausti ad una meta che non li soddisfa, si separano all’incrocio senza voltarsi indietro, lasciando solo una lunga, velenosa, scia di rancore. A sentire molti, pare che questi viaggi si concludano tutti allo stesso modo. Con uno dei passeggeri che si ferma di punto in bianco nel bel mezzo dell’A4 e sale sulla macchina di un altro, con litigi sulla stazione radio, silenzi troppo saturi, con l’aria che manca e i finestrini rotti che spingono entrambi a voler disperatamente scendere.

Io, nella mia macchina, ci son salita con tutta me stessa, con ancora addosso i segni di un viaggio finito male. Dal finestrino, vedo promesse di montagne alte ed innevate, forse avvolte da una nebbia che nei giorni di pioggia mi pare troppo fitta. Guardo speranzosa il parabrezza che nasconde quella poca strada che abbiamo già percorso, spaventati, incerti, scossi e penso a quanto mi piacerebbe correre sui dossi e ridere degli scossoni. Mi piacerebbe fermarmi ad un autogrill improbabile e un po’ sporco, dividere un panino alla mortadella, delle patatine fritte surgelate e dei wafer alla nocciola, comprare un gratta e vinci vincente, spenderlo in carburante e guidare all the way to San Francisco.

Mi piacerebbe passare con il rosso in una strada deserta, guardare i profili scuri delle foreste delinearsi alla luce di una luna grande, quasi volare su di un rettilineo in discesa e proseguire lenti, invece, su di un lungomare assolato, per guardare il mare calmo leccando un gelato al caffè, rovesciando il succo di frutta sul sedile.

Mi piacerebbe pure bucare una ruota. Vedere che succede. Vedere chi tiene il cric.

Se aspettate d’esser pronti, non salirete mai su quella macchina. Magari ci morite sopra.

Magari, invece, arrivate a Timbuctu.

 

 

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