Archivi del mese: febbraio 2014

Dove sta la fregatura?

Una volta lessi un estratto di un racconto popolare giapponese. Non sono mai stata appassionata di letteratura orientale. Gli occhi a mandorla mi hanno sempre messo un po’ d’ansia, perchè son troppo profondi e non riesco a guardarci bene dentro. I capelli dei giapponesi sono troppo lucidi e spessi per i miei gusti e mi fanno sentire sempre una pecora spelacchiata dalla criniera opaca. Le loro mani sono affusolate e fine, le loro labbra sottili, il loro alfabeto incomprensibile e sebbene nei giorni di noia della mia adolescenza manga e anime mi abbiano sporadicamente tenuto compagnia, ho sempre trovato una complessità troppo distante dalla mia portata nei loro valori, nel loro portar rispetto, nella loro saggezza composta e severa. Quelle righe mi lasciarono perplessa per un paio di giorni. Erano così semplici e ingenue, quasi intrise di una speranza infantile che non leggevo da tanto tempo.

La storia parlava del destino. Un narratore lontano raccontava di come due persone siano inevitabilmente legate l’una all’altra da un filo rosso. Il filo, stretto al loro dito mignolo, le condurrà prima o poi l’una all’altra. E non importa se esse si trovino in continenti diversi, se mari o cime le tengano separate e distanti per anni o decine d’anni. Il filo farò trovar loro la strada per incontrarsi, un giorno, nel più casuale dei luoghi. Quando questo avverrà, sapranno di appartenersi. Realizzeranno d’essersi aspettate senza saperlo, capiranno d’esser sempre state sole.

Non son qui a scrivere di fili rossi per parlar del mio. Con tutta probabilità, ho  ancora troppi oceani da oltrepassare, monti da scalare, sorrisi da distribuire e lacrime da versare, prima di trovare il mio, di filo rosso. Ma voglio credere ai giapponesi, per questa volta. Voglio credere che niente sia coincidenza, che nessun incontro sia superfluo, che nessun luogo sia accidentale. E’ strano guardare indietro e pensare a quante cose sarebbero potute andare diversamente, a che tipo di persone saremmo potute diventare se gli eventi si fossero svolti in maniera del tutto differente. E’ strano pensare che non avremmo gli stessi amici, gli stessi ricordi, le stesse fotografie incorniciate in camera e gli stessi post it stropicciati nelle tasche, le stesse parole nei diari, le stesse storie da raccontare.

Forza, stupitemi.

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Senza Fiato.

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“Sono riva di un fiume in piena
Senza fine mi copri e scopri
Come fossi un’altalena
Dondolando sui miei fianchi
Bianchi e stanchi, come te – che insegui me.
Scivolando tra i miei passi
Sono sassi dentro te – dentro me
Se non sei tu a muoverli
Come fossi niente
Come fossi acqua dentro acqua

Senza peso, senza fiato, senza affanno
Mi travolge e mi sconvolgi
Poi mi asciughi e scappi via
Tu ritorni poi mi bagni
E mi riasciughi e torni mia
Senza peso e senza fiato
Non son riva senza te

Se brillando in silenzio resti accesa dentro me
Se bruciando e non morendo tu rivampi e accendi me
Stop burning me!
Dentro esplodi e fuori bruci
E ti consumi e scappi via
Stop burning me!

Mi annerisci e ti rilassi e mi consumi e torni mia.”


Ilnondetto.

“Prendiamoci un caffè.”

“Ci vediamo là.”

“Magari hai cambiato idea.”

“Forse passo. Non lo so, forse passo.”

“Mi dimentico le cose. Non tutte, però.”

“E’ stato tipo un film americano a rallentatore.”

“Bevi acqua. Vai a bere acqua. Poi torna.”

“Fai domande compromettenti. Sei inopportuna.”

“Il look bagnato fradicio non era male.”

“Oh.”