Archivi del mese: settembre 2013

About Time.

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La scappata serale del martedì sera al cinema più infrattato del mondo, aka West India Quay – ma dove, quello vicino Canary Wharf? – Si, oddio dobbiamo cambiare quattro linee metropolitane per arrivarci – eh, ma costa solo cinque pounds! – ha dato i suoi frutti.

Come al solito, ho finito le mie patatine all’aceto, il pacchetto di caramelle Haribo e la stecca di KitKat ancora prima che finissero i trailer, ma About Time si è rivelato essere una commedia romantica tutto sommato digeribile anche senza l’aiuto della porzione grande di pop corn aggiuntiva.

Lui è ‘too tall, too thin, too ginger’. Lei è quella che c’ha il sorriso invidiabile da ragazza della porta accanto – ma quella che quando te la apre la porta ci resti tipo secca perché è bella ma bella bella.

E insomma la trama è incredibilmente semplice, ma non so perché adesso che mi trovo qui a doverla scrivere ho delle difficoltà. Forse perché ho sonno. Comunque, in sostanza lui scopre di poter viaggiare nel tempo, e tra una cosa e l’altra, il succo della storia è che il bello della vita è viversela come se, deliberatamente, avendo la possibilità di viaggiare nel tempo a proprio piacimento, si decidesse di tornare proprio a quel giorno, quel giorno normale, ordinario. Come se, quel giorno qualunque, avesse qualcosa di davvero speciale che valga la pena di un viaggio nel tempo.

Questo film, sebbene colpevole d’essere un’accozzaglia di pubblicità occulta che nemmeno la Rai è così esplicita, mi ha fatto però riflettere molto. Ho riflettuto sul tempo, su quel misterioso ed incomprensibile meccanismo che è il tempo, il tempo che fa la storia.

Basterebbe un secondo passato diversamente, nella nostra esistenza, per sconvolgere il presente. Un treno in ritardo, una chiamata persa, un invito a cena declinato.

Una lezione mancata, per non conoscere un amico importante.

Un messaggio in bozze, per non scoprire cosa fosse l’amore.

Un the in meno, per non trovare un tesoro.

 

Chissà cosa sarebbe stata, questa vita.

 


Quando le canzoni ti parlano.

 

You broke another mirror,
You’re turning into something you are not.

Drying up in conversation,
You will be the one who cannot talk.

It’s the best thing that you ever had,
The best thing that you ever, ever had.

 


E’ che una si ripromette le cose sbagliate.

Potrei impiegare le energie di questo post raccontando del mio lavoro da commessa nuovo di zecca. Avrei già un migliaio di aneddoti da buttare qui, così, per ridere un po’di questi giorni trascorsi a trafficare con le stampelle dei vestiti. Io. Con le stampelle dei vestiti. Fa ridere, ma fa più ridere che adesso, nel mio bagaglio di conoscenze, rientri l’informazione: ‘esistono stampelle diverse per le giacche degli uomini e per quelle delle donne.’ Chissenfrega delle stampelle, chissenefrega dei vestiti, chissenefrega di te, della tua gonna, del tuo maglioncino di cashmere, CHISSENEFREGA.

Tuttavia, ci sarà tempo per discorrere allegramente del maledetto mondo dei sale advisors. Adesso, parleremo dell’importanza di ripromettersi le cose.

Perchè si, è importante. E’ importante parlare delle cose che ti disturbano prepotentemente quell’equilibrio mentale che già ti ritrovi per miracolo. Un po’ come quando stai, che so, mangiando una zuppa. Ad un certo punto scoppia un incendio e tu che fai, resti là a mangiare la zuppa? No, scappi. Ecco. Mi è scoppiato l’incendio sotto il naso, che faccio, resto a inzupparmi la baguettina nella zuppa?

Quindi, dicevamo, ripromettersi le cose, giusto. Allora. E’ come quando hai davanti il pacco di Maryland. Una volta c’era Giuliano che me lo nascondeva perchè altrimenti me lo spazzolavo tutto in mezz’ora, ma siccome quel maledetto di un ragazzo se n’è andato e vuole fare il bello in Australia, io i Maryland me li mangio tutti adesso. Però mi riprometto, biscotto dopo biscotto, di smettere.

“Quest’ultimo ormai è andato, ma no, non ci sarà un’altra volta.”

E quando mai. E QUANDO MAI. Bisogna smettere di mangiare Maryland, perchè vedi, sono così belli, sono così buoni e tondi e hanno quel giusto bilancio tra gocce di cioccolato e fragrante biscotto. C’è quella puntina salata in retrogusto, c’è quel sapore che ancora non hai ben capito se ti piace, ma ci sta bene, lì dentro.

E io continuo a mangiare Maryland, e cosa ci guadagno?  I brufoli. Ecco. Ecco.

Non lo so che cosa ho scritto, ma nella mia testa il tutto ha un senso.