Archivi del mese: agosto 2013

Moving, over and over again.

Scrivere oggi mi sembra doveroso.

Solo per ricordare, solo per poter rileggere, un giorno lontano, queste parole. Per poter pensare a questo martedì 27 di agosto. Un martedì di valigie per le scale, di armadi sulle spalle, di specchi avvolti negli asciugamani.

Un martedì di cambiamento, di svolta, di porte aperte.

Mancano due mesi esatti ai miei 22 anni e sto scrivendo dopo aver raccolto la mia vita disordinata in quattro valigie. Datemi quattro valigie e potrei trasferirmi ovunque – dalla casa con la bow window di Seven Sisters in cui sto per stabilirmi alle ostili terre della Patagonia ( ehi, Patagonia, ma se ci vedessimo, io e te?).

Questo martedì 27 di agosto è il martedì di EMPIRE, del flatplan e del blu-tack, dei chicchi di caffè ricoperti al cioccolato mangiati nella redazione più bella del mondo.  Il martedì del wrap all’avocado delle 16:37, del 259 da Finsbury Park, il martedì del ‘Martina basta, basta veramente.’

Questa sera di questo martedì 27 di agosto è una sera stanca, impolverata e vagamente velata di nostalgia. La sera del the e del computer a terra, della scrittura a gambe incrociate sulla moquette bordeaux.  La sera di non si sa cosa succederà, di una casa vuota, degli Arcade Fire e degli XX in sottofondo.

La sera dell’ ABBIAMO TUTTA LA VITA DAVANTI (cit.)

 


Gianduia con panna, sopra e sotto.

“A che gusto lo vuoi il gelato, ‘o nonnu?”

“Gianduia, ma ci voglio la panna sopra e sotto.”

Si avvicina al vetro del bancone, guarda le vaschette colorate da sotto gli occhiali spessi. In quel gelato c’e’ l’amore. Il bisogno di dire qualcosa senza parlare, di guardare il mare e sporcarsi il naso di panna solo per avere una scusa per ridere. E’ uno stare insieme non troppo confortevole, quel disagio nel non saper dimostrare abbastanza che ci si vuole un bene sincero.

“A me, signorina, mi ci metta il cioccolato. E un po’ di questo gusto qui, come si chiama. Mandorla e caramello.”

Fuori dal bar, l’aria e’ umida. L’auto e’ parcheggiata appena sotto la salita che porta al cimitero. Il gelato e’ buono. Lo guardo. Lui corre per non far cadere il cioccolato in terra, si affanna quasi. Guarda il mare, tiene in mano le chiavi e le fa tintinnare. Trema un poco.

“Certo che bisogna correre per mangiare questo cono prima che si sciolga tutto, eh?”

Io annuisco, con la bocca piena. Sento il dietro degli occhi bruciarmi, il petto scuotersi e contrarsi in quella morsa fastidiosa che precede il pianto. Non so bene perche’, cosi’ mi metto a guardare il mare anche io.

“Le fanno le granite in questo bar?” chiedo.

“Si, ma se le fanno pagar care. Pero’ che buone che sono, veramente ah. Buone veramente. Io una mezza caffe’ con panna mi sono preso, una volta. Prima di andare a trovare la nonna quassopra, una mattina.”

“Mh. A me piace solo al limone, lo sai.”

“Lo so.”

Lui getta la punta del cono, vuota. Ha il naso sporco di panna, lo pulisce in fretta con il fazzoletto di stoffa che porta sempre in tasca.

“Peggio per loro che non se lo sono persi, questo bel gelato. Evvero, o’ nonnu?”

Mi da un buffetto sulla spalla, avvicinandosi alla 600 azzurra.

Sorrido, faccio fatica ad ingollare l’ultimo boccone. Sento di nuovo quella cosa al petto.

“E ti sei mangiata questo benedetto gianduia con panna anche quest’anno.”

“E si nonno, anche quest’anno.”


Barcellona e il mio amore per i balconi, per gli areporti, per l’aspirina.

Luglio e’ stato un mese di assenza, di assenze. Come tutte le assenze che si rispettino – e le piu’ affiliate e sanguinolente emozioni – l’areporto e’ stato un punto cruciale. E’ importante parlare degli areporti. So di essere ripetitiva con tutta questa storia delle stazioni, dei binari, delle partenze ma, insomma, l’areporto e’ IL posto. Quell’unico posto al mondo che sa regalarti la gioia dell’arrivo e il dolore della partenza. Il piu’ dolce dei caffe’ e la piu’ amara delle torte alla carota. Lo so, lo so.

In tutto questo solito blaterare ho deciso che il modo migliore per spendere del buon tempo, oltre a sprecare le mie gia’ scarse energie in una dose massiccia di pensieri piu’ o non meno arrovellati, fosse quello di andare da qualche parte dove facesse caldo, dove ci fossero molti dolci e dove poter pensare rumorosamente in compagnia di buoni amici. Sono cosi’ andata a Barcellona.

Che citta’, che gente, che bellezza.

E siccome le cose che non possono essere raccontate non dovrebbero essere scritte, ecco a voi quello che ne e’ uscito fuori.