Archivi del mese: giugno 2013

Che palle, oddio, ecco, madonna oh, pfff.

Lamentarsi è deleterio per il proprio fegato, per il benessere altrui e per un altro sacco di motivi che adesso non mi vengono in mente. Penso sia deleterio anche per il portafogli, perché quando sei triste ti serve del cibo per consolarti e della tv con cui alienarti, tv che ovviamente richiede elettricità e cibo che ovviamente devi andare comperare da qualche parte e cucinare, il che automaticamente riduce le tue finanze. E’ senz’altro deleterio per la vita sociale, per il proprio orgoglio, per la giustizia universale, perché se ti lamenti per via di un’unghia rotta cosa dovrebbero dire i malati terminali, e se ti lamenti dello stress del lavoro cosa dovrebbero dire i barboni che non hanno un tetto e se ti lamenti del fatto che sei grasso cosa penserebbero di te le persone che non possono mangiare le torte al cioccolato perché allergiche alle nocciole, eh? Come fai a vivere senza nocciole, come fai ad avere il coraggio di lamentarti perché hai mangiato troppi dolci quando ci sono disgraziati che non possono mangiare la nutella?

Insomma, tutte queste cose le sappiamo tutti, eppure lamentarci è una cosa inevitabile. Succede sempre, a tutti, anche se non lo vogliamo davvero. Sei là che cammini al caldo nella folla di Camden Town, in mezzo a creste punk verdi e tatuaggi scoloriti e che fai? Mica pensi al fatto che hai atteso quella benedetta giornata di sole per undici mesi, no. Tu pensi ‘oddio che palle, non ce la faccio più, ho sete, ma guarda tu se devo stare qua a sudare in questo posto con tutta questa folla e guarda, guarda le mie calze smagliate!’.

Poi torni a casa e la lavatrice rotta da ventordici giorni è ancora lì, rotta, mezza piena d’acqua e mezza di vestiti che non oso immaginare che colore saranno ormai diventati. Lo vedo già, l’idraulico ciccione, che con la sua entrata scenica da salvatore di camicie e mutande, si metterà sdraiato sul pavimento a pancia sotto, mostrando al mondo le chiazze giallastre di sudore sotto le braccia e l’apertura delle sue natiche nel tentativo di rialzarsi barcollando. Tutti gli idraulici sono così, non esistono gli idraulici boni dei film. Abbronzati, con i capelli bruni pettinati e i jeans larghi? Bugia. Bianchi, dai denti gialli e con il cappelletto a visiera blu. Ci scommetto. Adesso, fate passare altre cinque o sei settimane e quando lo vedo ve lo descrivo.

Comunque, qua il punto è che ecco, vedi? Una nuova lamentela, anche quando appena varcata la porta di casa la giustizia divina dovrebbe incitarti a ringraziare un qualche iddio per avere un tetto sopra la testa, tu pensi all’idraulico puzzolente.

Avrei altri venti aneddoti di lamentele ingiustificate da elencare, ma il punto è che la lamentela è dentro di noi. Forse abbiamo una cellula più scorbutica delle altre, a cui non va bene niente.

Perciò ho concluso che, siccome far finta che le cose non ci diano fastidio è sciocco – perché è mentirsi da soli, e far finta di sopportare qualcosa che, è inutile, si odia – la mossa più astuta è assecondarla.

Però, lamentatevi in maniera divertente. Tipo, ecco, pensate alle chiappe dell’idraulico mentre vi viene da lamentarvi per una lavatrice. Vi state lamentando, ma state ridendo mentre vi lamentate.

E poi imprecate, perché ho letto da qualche parte che imprecare fa lo stesso effetto della cioccolata.

 

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Oh, Hello.

Take me home, I want to go.


La chiamano Nostàlgia.

Nostàlgia è prepotente e ha un umorismo amaro. Ti chiama sempre quando ti senti giù. Ti fa ricordare di quanto eri davvero contenta ma non lo sapevi, ti sbatte in faccia il passato e ti sussurra: “guarda, guarda.”

Nostàlgia ha quell’incredibile capacità di farti sentire piccola piccola, vagamente sperduta nella strada alsfaltata male che chiamano Vita88. E’ lei a scavare le buche in cui inciampi, a confondere i cartelli per farti guardare nella direzione sbagliata.

Nostàlgia guarda dentro le persone, si intrufola dalla porta del retro del tuo cervello e percorre lenta la via verso il cuore. Nel mezzo di ferma a ciondolare nelle tue pupille, scava nel cassetto dei ricordi felici e tira fuori fotografie di risa e chiacchiere sulle scalinate, e morse allo stomaco e abbracci. Al momento giusto, t’infilza piano e tira fuori le sue unghie insanguinate.

Poi esce, se ne va per la sua strada, e ti lascia là.


Capire.

Ho deciso che cercare di capire tutto sarebbe sciocco.

Più che sciocco è forse presuntuoso, è un grande sforzo che non viene ripagato da nessuno. Che bisogno c’è di capire le persone, se tanto, alla fine, le amiamo sopratutto per quello che non comprendiamo di loro?

La soluzione è non capire – brancolare nel buio che le persone ci offrono e prenderci tutto quello in cui inciampiamo, senza vedere, senza sapere, senza capire.

Un giorno finirà ‘sto filosofeggiare vomitevole, lo prometto.


C’era una volta l’amore ma ho dovuto ammazzarlo.

C'era una volta l'amore ma ho dovuto ammazzarlo.

             Quale uomo, tosto e in gamba, non se l’e’ mai fatta addosso?

L’amore picchia piu’ duro di Tyson, si muove meglio di Ali’, e’ piu’ veloce di Ben Johnson dopato.

Puoi anche avere il 48 di piede, l’amore ti butta a terra e ti fa rotolare per tutta la stanza scorticandoti il culo.”

p.113

“Noi due abbiamo avuto dei buoni momenti, abbiamo avuto dialogo e sogni, abbiamo avuto citazioni e canzoni.

Abbiamo avuto sesso con amore, sesso con magia, sesso con sangue e follia. Forse voglio negare quell tempo, ma

saro’ qui a ricordare che le ho insegnato a muovere le stelle, a leggere scrittori con i controcazzi, a capire cio’

che i nostri occhi non vedono, cio’ che non si sente, le creature dell’oscurita’. Lei mi ha insegnato a sapere e almeno questo e’ sicuro.

Lei e’ schiva, silenziosa, con ferite antiche. Devi amarla con attenzione, puo’ diventare fredda e dura come una roccia di gesso,

puo’ chiudersi in se stessa come una chiocciola offesa.”

p.130

“Quando un aereo perde la rotta basta una manovra per ritrovare le coordinate ma quando un treno deraglia non c’e’ piu’ molto che si possa fare.”

p.145