Archivi del mese: maggio 2013

Perche’ l’Italia e’ bella.

Avevi pregustato il sole, il caldo, il tepore dei primi di giugno da mesi. Avevi programmato uscite al mare con gli amici, scivoli d’acqua, avevi persino deciso di fare dello shopping prima di partire perche’: “che accidenti mi metto quando scendo, non ho nemmeno una maglietta a maniche corte.”

Beyonce’ spiattellata su tutti i cartelloni pubblicitari di H&M ti aveva quasi convinta a comprare quell’orrendo costume nero a frange. Ok, lei forse ha dei glutei vagamente piu’ presenti dei miei, ma alla fine siamo li’ li’, no. Hai messo in valigia i Police di tua mamma, quelli che le hai fregato dal cassetto un anno fa e non hai ancora sfoderato perche’ a Londra gli occhiali da sole servono solo a far scena.

Arrivi in Italia e scopri che il giacchetto di pelle, quell giacchetto che “dai oh, ma che porto il giacchetto di pelle, mi vuoi far squagliare al sole?” e’ il tuo migliore amico. Lui ti tiene caldo, ti abbraccia nel suo morbido tessuto ruvido mentre secchiate d’acqua ti piovono in faccia che Dio doveva essere veramente tanto, tanto incazzato per mandarla giu’ a quel modo furibondo.

Il signore del controllo passaporti impreca come un dannato perche’ il collega non gli ha portato lo zucchero per il caffe’. Tu aspetti paziente mentre lui smette di bestemmiare, ma poi si fa il segno della croce e guarda un po’ incredulo la foto della tua carta di identita’. Nei suoi occhi puoi leggere – Gesu’, meno male che l’hai fatta crescere un po’, era veramente una cozza di quelle chiuse chiuse – ma tu non ci badi troppo. Prosegui per la tua strada, dritta verso l’uscita, dove un sorriso tanto caldo di mamma ti attende come fossero passati decenni.

Per strada, operai appendono striscioni che incitano alla preghiera, all’amore, al bene. Non so che festa religiosa sia. Accanto alla macelleria ce n’e’ uno scritto in azzurro, incastrato tra il ramo di un albero e un lampione che I piccioni hanno sporcato divertendosi grandemente.

AMA CRISTO, CRISTO AMA TE.

Nella tua camera c’e’ il letto singolo, quello con il materasso duro perche’ tutti dicono faccia bene alla schiena. Io non mi ricordo mai come si dorma su un letto singolo ormai, su son tutti doppi. Come ogni prima notte a casa, mi sveglio con la faccia attaccata al muro e un piede che esce dal materasso. Come ogni prima mattina a casa, sgattaiolo nel lettone appena papa’ va al lavoro.

Il giorno dopo devi recarti all’ospedale per un controllo. La donnina allo sportello e’ la strega uscita da Biancaneve, solo piu’ brutta. L’impegnativa, la ricetta, il ticket, il bollo, il bollino, la firma, ‘eh no, qua deve tornare al medico di famiglia’, ‘no signora, venga qua che facciamo tutto ma non glielo dica che so’ stato io’.

Un certo signor Orsini sbuffa perche’ il suo dischetto della TAC non e’ pronto. Dall’altra parte una certa signora Lenci e’ diventata una belva perche’ le hanno sbagliato la data di nascita e deve ritornare al CUP. Di tutte ‘ste sigle io c’ho sempre capito la meta’.

Vedo un medico fumare di nascosto alla finestra dell’ufficio. Vedo la scritta ‘fuori servizio’ appesa all’ascensore per radiologia. C’e’ un foglio appiccicato con dello scotch sulla barella di fronte al reparto cardiologia. C’e’ scritto “E’ ROTTA” con un pennarello indelebile.

Sembra tutto uno schifo, forse perche’ un po’ schifo e’. Ma e’ inutile. Non posso farci niente. Quando mi siedo in sala d’attesa, mentre la mia caramella alla fragola addolcisce quell’amaro che sembro sentire davvero in bocca, sorrido alla ragazza di fronte.

“Meno male che il macchinario e’ aperto! Senno’ sai che brutto?”

Sorrido. Anche mamma sorride.

“Che fortuna, dicono che qua son bravi. Certo che uno vorrebbe stare in vacanza, al mare, non qua! Io vengo da Cento Celle.”

“Eh, il bel mare della Sicilia, eh? Noi siamo di la’.”

“Mio marito e’ di Messina! Che bel posto, Messina. Quando scendiamo facciamo sempre il pieno di bianco e nero, ce l’avete presente?”

Sento l’acquolina farsi strada sotto la lingua. Mi viene in mente la glassa, le palline di pasta ripiene di panna, sul balcone della zia nei piatti di plastic a guardare lo Stretto. Caramella alla fragola? Fottiti.

“Di Messina? Ma veramente!” questa e’ mia mamma, con quell’accento pronunciato e le sue ‘e’ troppo larghe che nessuno le levera’ mai. Non Roma, non Milano, non Londra.

“Oddio non parliamo di certe cose all’ora di pranzo! Sa di che avrei voglia? Una granita al limone!”

Un ragazzo taciturno seduto di fianco a me solleva lo sguardo scuro. Ha occhi profondi, sorride sommessamente.

“La granita caffe’ con panna di Calascione non la batte nessuno, non diciamo aaaaaah!”

Rido di gusto. La ragazza viene chiamata da un medico dal camice stropicciato.

“Tante belle cose, tante belle cose!” dice scoprendo un sorriso largo e sincero.

L’italia e’ tante cose. Per fortuna, anche “tante belle cose.”

 

 


(:


Di dove sei? Sono inglaliana.

Un piovosissimo 25 Agosto di tre anni fa, approdai in quella che oggi conosco bene come Victoria Station. Ricordo solamente che mi facevano male gli occhi, avevo pianto durante tutto il volo, così tanto da non ricordarmi bene nemmeno come mi chiamassi. Sapevo che la mia vita era cambiata, ma non me n’ero ancora accorta. Ero troppo concentrata a guardare quello che non avevo più, chi non avevo più.

C’è stato tutto. Arrivederci che suonavano come addii, lettere che mi davano praticamente per morta, promesse che non sarebbero state rispettate. C’è stato tutto quello che ci doveva essere, ma nella mia valigia avevo dimenticato una cosa sola. La speranza che le cose cambiassero in meglio.

Sono passati tre anni, da quel 25 agosto. Vorrei ancora dire quello che dissi tre mesi dopo il mio arrivo – che tutti quelli che dovevano esserci ci sono ancora. Non posso dirlo più, non tutti sono più presenti all’appello.

Tuttavia, il mio cuore è diventato un po’ più grande, c’è tanto spazio per nuovi amici importanti, nuove persone importanti che sai non saranno solo di passaggio. Se ne andranno, dio solo sa dove, ma resteranno sempre qui dentro almeno per un altro centinaio d’anni.

Sono passati tre anni di essays, di studi, di metropolitane prese all’ora di punta e autobus persi dopo corse mozzafiato. Tre anni di pranzi fugaci dietro la scrivania, di pioggia, di calze di lana il 25 di maggio.

Tre anni di ‘Londra è una città che o la odi o la ami’, di ‘forse la odio e basta’, di ‘no, la amo, voglio restare.’

Non so bene quando le cose siano cambiate, quando mi sono resa davvero conto d’essere una persona diversa – o forse semplicemente rinnovata.

So che quando mi si chiede di dove sono ormai rispondo solo che è un po’ un casino spiegarlo. Immagino sia questo il rischio dei giovani espiantati – sei troppo diverso per sentirti a casa dov’eri prima e ancora troppo spaventato per ammettere di sentirti a casa dove pensavi solo d’essere un ospite.

Dopo tre anni di vita così intensa, di avere tanto chiasso dentro ma non farlo mai uscire davvero, forse è il caso di tirare qualche somma. Di realizzare che, da ieri, non sono più una studentessa universitaria. Sono qualcosa di indefinito, che viene da un posto indefinito, che è un po’ un miscuglio di tante cose.

Ma se sono ancora una sola, intera, frastornata e confusionaria identità, sento di dover ringraziare chi mi ha tenuto in piedi in questi anni di bafkajsfkjadsnfkjads, la mia ‘colla’.

Quindi grazie a mamma e papà, che mi hanno preso e innestato coraggiosamente all’Inghilterra. Vi devo molto, anzi, tutto.

 


Bright Lights – 30 Seconds to Mars, che tempismo quest’album!

“Bright lights, big city,
she dreams of love,
bright lights, big city,
he lives to run.”


Binario 11.

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Le stazioni mi fanno pensare sempre. Ci si siede, si guarda il tempo degli altri passarti davanti, sul treno delle 20.38, su quello delle 18.48.

Le persone portano dietro borse con pezzi di vita dentro, lanciano sguardi fugaci alle giornate che passano loro davanti. Sedersi a guardare il mondo correrti davanti è una delle cose più belle. E’ tirarsi fuori da tutto quel caos, da tutti quei pensieri. Ti siedi, guardi i vagoni mettersi in moto, mentre tu resti ferma a fissare un punto che si allontana piano piano senza voltarsi indietro.

Le stazioni mi fanno pensare sempre agli arrivederci. A quegli sguardi incerti che hanno paura di avvicinarsi. Le stazioni collezionano storie di baci mai dati e di addii lacrimosi. Le stazioni sono il posto dove tutto può succedere, dove le mani che dicono ciao tradiscono la paura di non vedersi più. Dove le persone si separano ma dove i mazzi di fiori sono sempre più belli, perchè parlano e raccontano storie.

Le stazioni sono il posto dove l’attesa resterà sempre viva, e dove le speranze resteranno sempre ardenti. Le stazioni sono il posto dove si torna e si sorride, perché ci si ricorda.

 

 


La sindrome da serietvaddicted.

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Tutto è iniziato un pomeriggio nebbioso, freddo e grigio di Dicembre.

Sono passati tre anni da quando la mia cara Chiara è venuta a trovarmi a Londra. Al tempo, vivevo ancora in una casa bellissima, con le finestre enormi, il portiere a cui portavo sempre un pezzo di torta. Lo chiamavamo Poldo, era gentile.

Quel pomeriggio di tre anni fa, Chiara mi propose di guardare la prima puntata di Grey’s Anatomy. Era troppo freddo per uscire, ma per me guardare una puntata della serie che avevo deriso fino alla morte per tutto il liceo era… troppo.

Perchè guardi quella spazzatura? E’ tutto così finto, è così inutile guardare una serie del genere! Le serie tv non le capirò mai.

Ero evidentemente pazza. Una persona orribile, aggiungerei.

Quella prima puntata fu la vera, prima, epifania della mia vita. Dopo quei 44 minuti di umanità, il tunnel non è mai più finito.

Grey’s Anatomy non è una serie. E’ LA serie.

Nove stagioni di lacrime e gioie, di amori e amicizie, di sangue e tragedie e persone e avventure. Poi, ovviamente, uno deve pure occupare il tempo mentre aspetta l’uscita di una puntata. Così cominciarono Doctor House, The Gilmore Girls, Dexter, LostDesperate Housewives, Pretty Little Liars, Vampire Diaries. 

Non si esce mai più dal tunnel, mai più. Credo che a breve testimonieremo la comparsa di una patologia da ossessione-della-serie-tv.

Ma che importa? La cura per non pensarci sarà… guardarne una nuova.

….

 

 


Usi e costumi degli inglesi festeggianti.

Da quando vivo qui, ho potuto sperimentare varie delle vere e proprie tradizioni british DOC.

Non è mancato un fish and chips troppo olioso, che ho sapientemente provveduto ad inzuppare d’aceto, come piace a me. L’aceto è una delle cose più buone al mondo, davvero. Provate le Walkers verdi, quando verrete a Londra – l’estasi, per gli amanti dell’aceto.

Ci sono stati pomeriggi imbevuti di the – vanilla chai, english breakfast, earl gray, lady gray – senza latte, il the non ha più senso.

C’è stato il gelato bianco e arioso lungo Southbank mentre passeggi lungo le bancarelle di libri usati, lo stendersi al parco leggendo un libro, e tutta quella robina là tanto, tanto sentimentale che piace a tutti. Si, che bella Londra, yuhu.

Una cosa che mancava all’appello, era un vero e proprio compleanno britannico. Uno di quei compleanni in cui ci sono davvero un giardino, un bellissimo cane, un BBQ e ragazzi simpatici, dalla pelle pallida come mozzarelle di bufala, che indossano camicie a maniche corte di dubbio buon gusto. Siete adorabili, tutti, con il vostro bicchere di Pimm’s in mano.

Beh, ho imparato un sacco di cose oggi.

Ad esempio, che gli inglesi non mangiano durante i compleanni. Avete presente le nostre feste all’italiana, dove il suono delle patatine che scrocchiano è incessante e c’è sempre qualcuno che vi frega l’ultima fetta di prosciutto e melone? Dove se non c’è la pizza o i bottoncini di pane al salame Milano non c’è party, dove senza una torta di compleanno NON STIAMO PARLANDO DI COMPLEANNO?

Nah, i Londoners si accontentano di bere come spugnette. Dai loro della Cola Cola e loro troveranno del rum da infilarci dentro. C’è il sole? Senza Pimm’s non si può fare niente. C’è freddo? Dove andiamo senza mulled wine? Niente cibo, solo alchol, grazie.

Ho imparato anche che giocano ad un gioco strano, simile al cricket. Ho solo visto delle palline e delle mazze a forma di martello. M’è bastato per decidere che non sarebbe stata una cosa molto avvincente.

Comunque, è stato bello. E’ stato bello avere tanta gente allegra intorno quanto tanto allegra non sei – ti aiuta a sorridere.

Ed è stato bello sapere che se stai guardando il papà della festeggiata volteggiare bendato per colpire la pentolaccia appesa all’albero in giardino, tentando di fare una fotografia mentre ti stai sbellicando dalle risate… beh, significa che sei capitata in un bel compleanno. In una bella famiglia. In una famiglia che anche se non ti ha cresciuto, ha imparato a volerti bene davvero. (:

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