Archivi del mese: febbraio 2013

Una volta.

Una volta una mia cara amica mi disse che nella vita il tempismo è tutto. Se sei al posto giusto al momento giusto puoi non valere uno scellino, ma eri li per prenderti tutto, per mangiare tutta la torta e lasciare agli altri le briciole.

Una volta un’altra mia cara amica mi disse che i treni non si devono perdere. Se ti passa davanti il treno delle dodici in punto saresti una pazza a perderlo. Bisogna salire sui treni delle dodici in punto, sono quelli che ti portano nel posto giusto. Io uno l’ho visto, una volta. L’ho lasciato andare.

Un mio amico una volta mi disse che la geografia è importante. Tutti la snobbano, dicono che è una materia inutile, che è sciocco imparare il nome di un fiume, che ci sono cose più importanti dell’altezza dell’Everest. Lui disse che la geografia decide se un amore è destinato a durare, se un’amicizia resterà solida per sempre o delle montagne riusciranno a spezzarla. Io nella geografia non ci credo tanto.

Una volta mia nonna mi disse che la bellezza era stare su un balcone, a guardare il mare e a mangiare il gelato al caffè. A sentire il profumo dei fiori, a sentire il mondo soffiare. A guardare le nuvole e vederci dentro i sogni. Io non la capivo. Adesso la capisco, ma in compenso non capisco un altro sacco di cose e mi piacerebbe tanto chiedergliele, perchè lei sicuramente le saprebbe.

Una volta dissi che se ti piace la cioccolata non è detto che non ti piacciano le uvette. Io sono ancora convinta che mi piacciano entrambe le cose.

Una volta la professoressa d’italiano del liceo si tirò giù gli occhiali fini, dalla montatura invisibile. Ci guardò, sospirò e disse che tutto quello che serve, quando sentiamo di non essere vivi abbastanza, sono venti secondi d’insano coraggio.

Mi disse anche che esageravo con le anafore. Dannazione, di nuovo.


Jake Bugg – ahhhhhh.

In occasione del concerto live nell’O2 Shepherd’s Bush Empire Venue a cui ho assistito (si, ci so andata ma sono una gnappa e non ho visto niente se non le teste degli altri), un assaggino di questa star nascente. Lui può, lui è inglese, è figo, ha una chitarra e una voce che mammamia. Se avessi diciott’anni.


Anna Karenina – non fidarsi degli ufficiali russi con i baffetti biondi.

 

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La Russia m’è sempre piaciuta. La neve, i treni ghiacciati, la neve, il freddo, la neve, il ghiaccio, la neve.

I romanzi russi, invece, mi son piaciuti sempre un po’ meno. Sono lunghi, impegnativi, strazianti, tragici, distruttivi.

Non so esattamente cosa mi abbia spinto a guardare Anna Karenina (no, non a leggerlo, un passo alla volta). Avevo voglia di dramma e d’amore, di tensione e di passione e di balli e di vestiti rossi e di Russia e di lacrime e di teatro, d’arte, di tragedia e di morte, di disonore, tradimento e di coraggio. Mi sa che avevo voglia di Tolstoj.

“This is wrong”

“It makes no difference.”

“You have no right!”

“It makes no difference.”

“You must forget me, if you’re a good man you’ll forget everything.”

“And you, will you forget?”

La storia dannata di due amanti che finiscono per finire soli. Il dolore d’un marito tradito, di un figlio abbandonato e di una Russia che sa giudicare chi non infrange la legge, ma non rispetta le regole. Un treno. Perchè si sa, i treni hanno sempre quel loro maledetto fascino.


Non parlerò di elezioni 2013.

Ho le mani che mi prudono e un po’ di sinusite, ma andiamo avanti.

Andiamo avanti con le maniche rimboccate, la testa con un cervello che frulla e un po’ di speranza, qualche abbraccio e un the con il latte alla vaniglia.

Come disse qualche saggio anonimo americano che si divertiva a scrivere cose intelligenti per strada, “pratichiamo gentilezza a casaccio e atti di bellezza privi di senso”. E’ questo il momento giusto, quando tutto va male. Quasi, tutto.


Il Capodanno Cinese è un fiasco, ventenni diventano milionari e l’off licence mi vende il latte scaduto.

Il riassunto di una settimana è più o meno questo.

Dopo una generosa overdose di InDesign, qualche academic journal di troppo – sempre per la serie facciamo finta che stiamo studiando ma in realtà non è vero per niente – e un freddo boia, ma boia veramente, eccomi qua.

Sono più o meno viva, ho troppi Jordans Raisin Cereals in corpo ma diciamo che me la sto cavando.

Negli ultimi giorni ho avuto modo di riflettere su varie tematiche. Per esempio, i giovani ricchi. Ma ricchi forte, tipo Louise Barnett, un cioccolatiere molto celebre in Inghilterra che è stato recentemente ospite ad un evento universitario e ci ha ‘illuminato’ la retta via dei business. Oppure una Cara Delavigne, che tra un po’ me la ritrovo pure stampata sulla cartaigienica. Hanno entrambi vent’anni, e ad accomunarli, oltre che l’età, immagino ci sia un conto bancario a giusto qualche cifra in più del mio. E del vostro. E del nostro messo insieme.

Vedete, a disturbarmi non sono davvero i soldi. Si sa che il denaro va e viene, che non tutti i ricchi son felici, che la salute è più importante, che non esistono le mezze stagioni. Il punto è che mi fa un pochino di rabbia, certe volte, pensare che hanno avuto tanto tanto culo.

Louise era un bambino di dieci anni con evidentissimi problemi di apprendimento. Oltre ad essere dislessico, il suo modo di relazionarsi con gli altri non era ottimale, così come povero era il suo rendimento scolastico. I genitori pensano di educarlo a casa, e lui tra una lezione da mammina e una da papino, decide di impiegare il suo tempo libero facendo torte al cioccolato, la sua passione. Ora, vi pare che lui si presenta da Waitrose, uno dei supermercati più posh d’Inghilterra, e quelli appena assaggiano il suo dolce cascano ai suoi piedi e gli offrono un contrattone? Passaparola di qua e di là, Louise, che Dio lo benedica, adesso ha un’azienda che non finisce mai.

Che dire di quella gnocca di Cara, niente. Lì è stata proprio una lotteria genetica. A lei son toccati i lineamenti di seta e i capelli color oro, a me il naso che si son dimenticati di piallare e i capelli della stessa consistenza che ha la paglia. Dettagli.

Quindi così, più che un invito a rosicare delle fortune altrui magari queste esperienza ci servono a sperare un po’ nel futuro, magari dietro l’angolo si nasconde anche la nostra, di botta di culo, un domani. O dopodomani, o dopodopodomani…

Scendete le scale di casa e inciampate su un paio di scarpe non vostro, scarpe che appartengono al figlio di un’amica di vostra madre che sta prendendo un caffè e che è accidentalmente l’uomo della vostra vita. Può essere anche l’amico di una coinquilina, l’amica di un coinquilino, quello che volete.

Oppure camminate per caso dentro Conde Nast e casualmente manca un junior assistant e vi offrono il posto. E due mesi dopo siete a fotografare orsi bianchi al polo.

Magari la vostra fortuna sarà rompervi un mignolo e correre al pronto soccorso, perchè solo mentre aspettate le 5 ore che occorrono prima che qualcuno si degni d’aiutarvi realizzete che volete diventare medici, e salvare vite, e rendere il mondo un posto migliore.

Se nessuna delle opzioni amore-carriera-vita vi garba, magari la vostra fortuna sarà solo guardavi un po’ attorno in una giornata che sembra andare storta, per accorgerci di quello che abbiamo già e di quanto siamo fortunati così come siamo, a poterci ingozzare di Jordans Cereals, a poter inciampare con i nostri piedi sullo spigolo del comodino, a poter raccontare a qualcuno la nostra giornata.

Bon, io ho finito.

Buonanotte.

 

 

 


Seven – quando Morgan Freeman e Brad Pitt erano i due fighi che più fighi non si può.

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Ragazzi che filmone.

C’erano una volta un po’ di studenti esauriti che stavano cercando di risollevarsi dalla apatia domenicale con un film a casa di Jonny.

Marshmallow, mini muffin, chocolate fingers, paste glassate, orsetti gommosi, cornetti alla mandorla, e SEVEN.

Il film, un thriller con tanto di sangue, scene del crimine misteriose e indizi da serial killer, è stato diretto da Fincher nel 1995. Se non vi ricordate quanto fosse BELLO, BELLISSIMO qualche anno fa Brad Pitt, Seven vi aiuta.

Brad – nel film Mills – è il bel detective della omicidi appena arrivato in città, con quel suo carattere irritabile, la gomma da masticare, la pistola sempre addosso e una moglie di cui è follemente innamorato, interpretata dalla adorabile Paltrow.

Se non vi ricordate come fosse bello Morgan Freeman qualche anno fa… Seven non vi aiuta, perchè come ha detto il caro Jonny, Morgan mi sa che giovane non è mai stato.

In ogni caso Morgan interpreta il saggio e anziano detective Somerset, che onestamente sa il fatto suo visto che di gente sbrindellata ne ha vista parecchia nei suoi 25 anni di carriera.

I due, che finiscono per diventare da astiosi colleghi un duo bel oliato – e bilanciato-, si scervellano tra libri di Dante e le pagine di Paradise Lost per riuscire a capire la logica del serial killer che si sta divertendo ad uccidere le sue vittime secondo i sette peccati capitali.

Il goloso muore dopo aver mangiato tanto da collassare internamente, la prostituta viene punita per la sua lussuria con atroci torture in posti impensabili e così via. Ad ogni omicidio, un peccato.

Mancano due omicidi quando l’assassino, che i due detective avevano identificato ma non ancora acciuffato, si consegna autonomamente.

Un campo aperto, due detective, un assassino, un furgone, un pacco.

Ripescate il dvd o lo streaming e correte a vedere uno dei thriller più epici della storia.


Learn to travel.

 

Abbiamo ancora tutto da imparare.