Archivi del mese: gennaio 2013

‘Lei lo sa che aborto non è terminare una gravidanza, ma uccidere un bambino?’

Quando si scrivono articoli, si sa, non bisogna guardare in faccia nessuno. Si ingoiano quotes ridicole, si annuisce quando si pensa che l’interlocutore stia dicendo boiate e si cerca di tirar fuori solo il succo da un ammasso di buccia.

Ti mettono davanti un articolo su una donna con l’ossessione di collezionare mutande, lo fai. E’ il turno del patetico tira e molla di una celebrità, fai anche quella. Devi scrivere 750 parole sulla manifestazione di un gruppo di attivisti anti-aborto? Questo è un problema.

Questa mattina, ore 11.45, una trentina di persone stanno manifestando ‘educatamente’ in Parliament Square, mostrando ad un pubblico tanto scandalizzato quanto infastidito crudissime immagine di feti appena abortiti e propinando alle donne una domanda: “lei lo sa che aborto non è terminare una gravidanza, ma uccidere un bambino?”

Ora. Saltando a piè pari la parte in cui un cortese signore di nome Jeremy, padre di otto figli e tanto cristiano che manco Gesù Cristo in persona era cristiano quanto lui, mi spara una filippica sui comandamenti e sul dovere di non uccidere, io mi chiedo: è giusto spaventare la gente così e seminare sensi di colpa, moralismi e giudizi spacciandoli per informazione?

Informazione è distribuire volantini e insegnare alle persone che cos’è l’aborto, come funziona, quando è necessario o legittimo (nel caso in cui la madre sia in pericolo di vita, è consentito anche oltre le 24 settimane, ad esempio).

Informazione è dare spiegazione mediche, informare i giovani sulle decine di precauzioni per non incorrere nel problema e fornire statistiche.

Sbandierare fotografie di sangue e masse cellulose con tanto di piedini e manine non è informazione. Non lo è.

Accusare persone a favore di aborto d’essere automaticamente favorevoli all’omicidio non è informazione.

“Se sei favorevole all’aborto, perchè allora queste immagini ti danno tanto fastidio?,” dichiaravano cartelli.

“Se la gravidanza è frutto di uno stupro, perchè il bambino dovrebbe pagare per l’errore del padre?”

Io non voglio giudicare nessuno. Non voglio dire d’aver ragione, non voglio dire che l’epiteto ‘padre’ per uno stupratore mi provoca disprezzo e conati e non voglio nemmeno dire che l’aborto sia una passeggiata all’ospedale, che dopo due giorni stai fresca come una rosa e riprendi la vita come nulla fosse successo.

Non l’ho mai provato, mi auguro di non provarlo mai.

Ma se c’è una cosa SBAGLIATA in tutto questo, è spacciare informazione quello che è solo terrorismo.

 

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Considerazioni sconclusionate.

Quest’oggi mi sono alzata con la voglia di scrivere un post serio, un po’ per sentirmi meglio con me stessa, un po’ per far capire che non sono proprio una smallandrappata capace di scrivere solo cose insensate.

Però è arrivata la sera, il tepore dei termosifoni, il creme caramel e io non c’ho voglia di dire la mia sui matrimoni gay in America. Lo sapete che sono d’accordo, che i gay mi piacciono un mondo, che dovrebbero potersi sposare dovunque vogliano. Quindi bravo Obama. Sugli insulti a Putin non mi pronuncio nemmeno. Vorrei, ma cosa dico? Che sento puzza di regime dittatoriale e che prima o poi quello combina un guaio grosso grosso con quella povera di una Russia che si ritrova per le mani?

Ci andrei io a governarla, è che ho problemi col freddo.

Quindi oggi mentre andavo in università mi son messa a pensare a tutte quelle piccole cose che succedono mentre fai la pendolare. Tutti quei piccoli pensieri che ti passano per l’anticamera del cervello e se ne vanno via senza far rumore, senza lasciare traccia. Li ho acchiappati uno ad uno e li ho scritti sul mio quaderno rosa a pois, che ho comprato in un giorno di disperazione/esasperazione. Mi ricordo d’essere uscita di fretta e di essermi infilata da Paperchase, perchè avevo bisogno di un quadernino assai riconoscibile e stonato sui cui scrivere i miei pensieri stonati assai.

Così ho pensato.

“Che strano essere qui sull’overground a scrivere le cagate che penso. Meno male che la gente non capisce quello che scrivo e magari mi prendere pure per intellettuale.”

“Queste nuove cuffie sono una bomba.”

“Forse dovrei prendere un master.”

“Forse dovrei trovare un lavoro subito.”

“Forse l’argomento della mia tesi fa schifo. Forse dovrei cambiarlo. No.”

“Le persone dai capelli colorati sono interessanti. Ce n’è una di fronte a me che se li è colorati di verde. Se non lo fai adesso, non lo fai più.”

“Dovrei brevettare un giochino per smartphone che rileva la presenza di tutte le persone che camminano davanti a te all’uscita della metro e ti permette di toglierle di mezzo con un dito. Ma cos’è tutta questa violenza, forse ho qualcosa che non va.”

“Girls è uno dei telefilm più geniali degli ultimi anni. Peccato che vuole essere reale e finisce per essere sempre un telefilm in cui la protagonista è fondamentalmente un po’ schizzata, ma resta sempre la solita schizzata brillante che fa simpatia a tutti. I telefilm sono una droga vera. La gente cerca sempre il metodo migliore per scappare dalla realtà, e il telefilm gliela danno su un piatto d’argento.”

“Voglio un biscotto, maledizione.”

“Sento parlare uno con una ragazza di filosofia. ‘Che mestiere fai?’, chiede lei. ‘l’ingegnere’, risponde lui. E mo’ basta con ‘sti ingegneri.”

Sono arrivata in ritardo – e ringraziate Iddio che il tragitto università-casa dura appena 15 minuti.

 

 


Mine Vaganti – BELLOBELLO.

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Il post ha un retrogusto piuttosto SPOILER, quindi se non avete visto il film leggete fino a mhhh tipo a metà, più o meno. Oppure affidatevi al mio primo commento. E’ un bel film, vedetevelo.

Ozpetek caro, grazie per Mine Vaganti. Mi è veramente piaciuto tantissimo.

M’è piaciuto perchè mi sapeva di Italia del sud. La scena iniziale mi ha tolto il fiato, e per il resto del film ho riso spesso. Non mi sono chiesta se mi stesse piacendo o meno, mi è piaciuto e basta. Uno di quei film che finisci e stai in pace con i sensi, non senti nè caldo nè freddo, non sei nè nervoso nè mezzo addormentato. Stai solo molto bene e ti andrebbe di mangiare qualcosa perchè un po’ di vuoto dentro te l’ha lasciato.

Immaginate una famiglia pugliese assai conservatrice. Una nonna con un passato sentimentale torbido, un padre di quelli belli ottusi, chiusi e bigotti, una madre che sa d’esser tradita ma non vuole scandali in città, una zia che è semi alcolizzata (ma fa solo tanto ridere, a bere nocino col cucchiaio) e un paio di cameriere un po’ tonte. E poi, c’è pure un bel fratello, la luce degli occhi di papà perchè è a capo del pastificio di famiglia da tanto tempo e pare non abbia intenzione di andarsene mai. Pare.

E’ questo che ha davanti Tommaso, pugliese che vive a Roma da anni, ‘per studiare Economia e Commercio’, diceva ai genitori. Quando torna a casa, ha una laurea di Lettere perchè vuole fare lo scrittore. Vuole mollare completamente le redini dell’azienda di famiglia e dedicarsi alla scrittura, a farne una professione. E ha un fidanzato che si chiama Marco. Un bel medico, con la faccia molto educata. E’ gay, insomma.

Cena di famiglia. Vuole sputare il rospo ma, OPS, qualcuno lo sputa prima di lui – “papà sono gay.”

E bravo fratellino, che come eredità prima di andarsene di casa con due valigie, cacciato e calunniato, lascia a Tommaso un bel bagolo. Una azienda da gestire, una nuova socia d’affari che a me piaceva tantissimo – ma a Tommaso evidentemente no, sob- e un papà a cui già è preso un infarto a cui sarebbe quindi impensabile dare il colpo di grazia.

Amici gay molto gai, intrallazzi familiari, una nonna che sputa perle di saggezza ogni battuta – una mina vagante.

La mina vagante se n’è andata. Così mi chiamavate, pensando che non vi sentissi. Ma le mine vaganti servono a portare il disordine, a prendere le cose e a metterle in posti dove nessuno voleva farcele stare, a scombinare tutto, a cambiare piani. 


The Impossible – La gioia nel dolore.

Definire drammatico il film spagnolo diretto dallo stesso regista di The Orphanage, Sànchez, sarebbe ovviamente riduttivo.

The Impossible è un film basato sulla storia vera di una famiglia vittima dello tsunami verificatosi il Santo Stefano del 2004 in gran parte del sud-est asiatico. Uscito nelle sale cinematografiche lo scorso 2012, racconta la storia di Henry, Maria e i loro tre figli. Racconta della loro vacanza, dei piccoli dispetti tra fratelli e dei giochi in piscina. Di come tutto sia stato rovinato in un secondo.

A pensarci, mi vengono ancora i brividi. La pelle d’oca. Un’iperventilazione, credo. Un principio d’infarto, anche.

Durante l’impatto con le tonnellate d’acqua dello tsunami, Maria rimane sola con Lucas, il figlio più grande, mentre Henry e i due piccoli vengono trascinati altrove dalla corrente e riescono ad uscire dalla catastrofe quasi incolumi.

Ho pianto come una fontana praticamente dall’inizio. E ho sofferto terribilmente durante le scene girate in ospedale, dove Maria viene portata per le gravissime ferite che ha riportato. E ho ripianto anche lì, e anche in varie scene successive.

Sostanzialmente, è un film che fa piangere e riflettere, e capire come in mezzo al dolore degli altri sia quasi difficile gioire per la fortuna propria. Nel film ho visto l’umanità di persone che si sono aiutate le une con le altre. E mi sono chiesta perché serva una catastrofe naturale, per vedere una tale solidarietà.

Un gran film, che fa pensare, però, a tutti quelli che non ce l’hanno avuta la fortuna di potersi riabbracciare.

Per non dimenticare mai.


Wildlife Photographer of the Year – visitare mezzo mondo in 6 stanze.

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Forse il primo post davvero utile di questo blog.

Per chi fosse appassionato di fotografia paesaggistica e naturalistica, il Natural History Museum (grazie Luca per la correzione!) di Londra ha attualmente in corso una mostra imperdibile.

La mostra è suddivisa in sei sale – per ‘ambienti geografici- ‘,e  le foto vincitrici del concorso sono ordinatamente raccolte e spiegate nel dettaglio (dagli Iso e tempi d’esposizone alla storia della foto vera e propria). Atmosfere soffuse, TROPPA GENTE il weekend, l’istallazione vale sicuramente i £10 di biglietto che costa (£5 per noi poveri studenti!).

Un viaggio che non si scorda.


 

Me I was holding, all of my secrets soft and hid

Pages were folded, then there was nothing at all

So if in the future I might need myself a savior

I’ll remember what was written on that wall

 

 

Una musica dai sapori lontani.

 


Like Crazy – se avete voglia di un film distruttivo.

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Ora, non è che con il  titolo io voglia spoilerarvi la fine di Like Crazy, drammatico vincitore dello US Dramatic 2011, ma trovo che sia doveroso informare gli spettatori del film che la storia narrata nei 90 minuti sia assolutamente, ASSOLUTAMENTE distruttiva.

Lo faccio per voi, per non farvi fare il mio stesso errore. Pensavo d’aver trovato una bella storiaccia romantica stucchevole da gustare assieme alle mie uvette appassite sul letto, la sera, e andare a dormire con il cuore un po’ più caldo. E invece. Eh.

Sembra infatti tutto un sogno rosa quello di Jacob, studente americano appassionato di furniture-design, e Anna, brillante studentessa /aspirante giornalista inglese fresca di college. I due si incontrano a Santa Monica, si innamorano di botto, con scene degne di una storia d’amore che farebbe squagliare il cuore del più arido uomo sulla terra in meno di tre secondi.

E’ tutto un tramonto, un luna park illuminato, un darle la sua giacca gigante e tenersela stretta.

L’estate arriva e la bella Anna dovrebbe tornare in Inghilterra per non passar guai con la sua Student Visa. Siccome è mezza scema e completamente rincoglionita dall’amore per testa-riccia, incurante dei guai che passerà in seguito, rimane negli Stati Uniti fino alla fine di Agosto. Ti piacerebbe tornare dal tuo Jacob un mese dopo, eh? E invece no sciocca, perchè ti hanno bannato. Ora col cappero che rientri in America, il continente dove davvero butti una cicca a terra e ti fanno secco.

Il resto del film – che decisamente non vi svelo – è piuttosto struggente.

Guardatelo e piangetene tutti.