Archivi del mese: novembre 2012

Descrizioni di gente casuale in metro – II

Lui si chiama Klaus. Forse Klaudio, o magari Kasper, oppure Kris.

Qualunque sia il suo nome, inizia con la ‘K’ ed è uno di quei nomi freddi, gelidi e taglienti. Cammina senza curarsi della gente che ha attorno, fissa dritto un punto accanto a sé e il suo sguardo è ambizioso, diretto, sfacciato, giovane. Tiene in mano una copia ancora integra del The Financial Times. Ma no, non gli interessa davvero. Si sente stretto in quella cravatta nera che spunta da sotto la giacca aperta, l’orologio costoso che indossa gli stringe il polso, detesta l’odore del gel che è costretto a mettersi sui capelli al mattino per sembrare una persona rispettabile ed ordinata. E’ fresco di laurea in Economy, probabilmente mangia il Sunday Roast tutte le domeniche con il padre che lo rimprovera di vivere in un appartamento non alla sua altezza ed avere una ragazza non alla sua altezza. Gli occhi verdi piccoli e profondi spiccano sulla sua pelle liscia, arrossata dal freddo. Una pelle bianca e fina. Non ha la barba. ha una piccola cicatrice sulla fronte. Forse se l’è fatta cadendo dalla bicicletta, o magari ha fatto a cazzotti col frattello. Si, credo abbia un fratello. Uno di quelli sempre un po’ migliori di te per qualche motivo, uno di quello che ‘dà soddisfazioni’.  E l’attaccatura dei capelli sulla nuca è una di quelle belle attaccature che hanno i ragazzi intelligenti. Che quando li guardi da dietro, capisci già se non belli e intelligenti oppure solo stupidi ma fighi. L’attaccatura dei capelli alla nuca dice tutto. E’ il primo a salire non appena arriva il treno. Tiene le cuffie ben salde alle orecchie, ma è vigile, attento, osserva le persone che ha intorno, la sua attenzione di ferma su di una ragazza minuta che legge attenta 1987 di Orwell. Evidentemente, Klaus legge. Apprezza i buoni libri. E apprezza le ragazze.

Klaus è uno di quei ragazzi che vedi bene in canottiera bianca e sporca, dopo aver giocato a rugby con gli amici nel parco sotto casa. Il suo migliore amico potrebbe essere un Tom, un Tom dalla barbetta bionda ed incolta, un lavoro come camieriere in qualche scrauso buco di Hackney e un gran bel cuore. E’ uno di quelli che intinge i Maryland nella nutella, fa nottata a pensare e cede il suo posto ad un vecchino. Possibilmente, Klaus è pure uno che per i suoi diciotto anni ha girato la spagna in treno con Tom, che però non è finito a letto con nessuna. Ha bevuto qualche birra, ha scoperto la sangria e ha scattato un migliaio di fotografie in analogica.

Klaus scende a Dalston. Mentre se ne va sbircia il mio quaderno a pois. Alza lo sguardo, accenna ad un sorriso dubbioso. Lascia dietro di sé la scia di una canzone degli Snow Patrol.


Insomma posso andare a Las Vegas adesso.

Sapete quella cosa odiosa che tutti dicono il giorno del loro diciottesimo compleanno? ‘Oh, guarda che adesso so’ cazzi eh, hai 18 anni e puoi andare in galera!’. Gli avrei sempre voluto rispondere che esistono i carceri minorili.

Comunque, oggi ho compiuto 21 anni. M’è toccato il ‘oh, adesso puoi andare ai casino’ di Las Vegas!’ e non ho avuto una risposta abbastanza pronta per obiettare. Tuttavia, questi 21, non li ho sentiti. Ho pensato così a lungo che li avrei compiuti a breve che adesso non me ne rendo quasi conto, d’averlo fatto davvero.

Dopo abbondanti mangiate corredate da coinquilini dolci e festosi, m’è presa la malinconia. Inoltre c’è un non so che di sgradevole nei compleanni. E’ come se tutti si sentissero in dovere di dirti cose belle, come se fosse un giorno che legittima l’irregolare. Uno di quei giorni che se non fai un mega party sei ‘uno triste’, quei giorni che bisogna essere allegri per forza e se non ridi sei ‘una mazza’ e se borbotti sei una rompiballe.

Sapete l’unica cosa bella dei complanni? La torta.

Ok, anche la candelina sonora e l’happy birthday in versione disco-samba (:


State a vedere che imparo il mandarino.

Tanto per giocare d’anticipo, mentre l’ansia da dissertation avanza lentamente prima della grande esplosione post-natalizia, io penso al master. Mi ingozzo di mince pies, scappo nella camera della mia flatmate alle 3 e mezza di notte perchè nella mia c’è un cazzo di topo ( sisi, venite a vivere a Londra, la città dove 8 case su 10 in Inghilterra ospitano allegramente inattesi amici baffuti) e nel frattempo penso al master.

Partendo dal presupposto che una decisione definitiva non è ancora stata presa (le ristrettezze economiche di noi poveri studenti espiantati mi impediscono di intraprendere il viaggio attorno al mondo che sogno -io e altre 193839474927 persone – ) diciamo che per ora prolungare ancora un po’ lo studio non sarebbe un’idea così spiacevole. In fondo, passare giornate ad appiattirsi il culo sulla sedia e perdere la vista al pc bevento ettolitri di te’ non è TROPPO male.  Poi volete mettere, mi si aprirebbero le porte del mondo dei pub, tra birre, tavoli unti e musica a palla a spaccarsi la schiena (perchè il culo abbiamo detto che è già piatto).

Vabè, comunque, tanto per non sentirmi inutile e vagare per il web senza meta mi son messa a cercare corsi interessanti. Non si può certo dire che Londra non offra opzioni attraenti, ma il punto di questo post è: che accidenti vuol dire ‘Leadership and Talent Management’? Ma che mi insegnate, come conquistare il mondo? A scovare i talenti? Ma che davvero? Boh, quasi quasi lo faccio.

Il punto è che alla fine di un percorso decidere il passo successivo è sempre un gran bel bandolo. Studiare ancora? Lavorare? Dove lavorare? Lavorare, ma siamo sicuri che lavorare sia una vera prospettiva?

Così, mi andava solo di confondere un po’ le idee.


Viaggi nel tempo @MarbleArch

 

Il medioevo è sempre stato una delle mie epoche storiche preferite.

Voglio dire, so che bruciavano donne innocenti perchè le credevano streghe, che non si lavavano per giorni, andavano in giro con le candele, morivano di freddo, fame e malattie… e tutto il resto.

Ma che posso farci, quell’idea di castelli in mattoni crudi, girigi e rozzi come la roccia mi ha affascianata dalla più tenera età. Le storie di fantasmi, principesse, draghi, libri e candele, nebbia e menestrelli. E le arpe. Ah, l’arpa, che strumento splendido.

E questa sera, ad alimentare le mie fantasie storiche, uno spettacolo che proprio non poteva andarmi meglio.

L’Open Arts Cafe’ e’ un piccolo e semi sconosciuto circolo di artisti dai più vari talenti ed orizzonti, che si riunisce ogni penultimo giovedì del mese nella sinagoga di Marble Arch. L’evento, ovviamente aperto all’intimo pubblico affezionato e trasporato dal passaparola, dura poco più di un’ora e mezza, intensa, divertente, stimolante. Una vera e propria ispirazione.

Uno spazio aperto ai giovani (solo nel senso astratto della parola) artisti che lì, nel mezzo di due scalinate di marmo, dimenticano a casa paura d’esser giudicati, e raccontano storie, suonano chitarre, si travestono da poeti.

Il tema di oggi? Indovinate un po’.

Eccomi lì in terza fila ad ascoltare affascinata storie di cugini innamorati e spade, ad osservare incantata una musicista scozzese pizzicare le corde di un’arpa celtica e creare un’atmosfera degna del Signore degli Anelli.

Grazie, giovani artisti. Per ispirarmi e ricordarmi, ogni tanto, che c’è sempre qualcosa di invisibile che ci muove dentro.

E si chiama passione.


Storia di un diluvio.

“Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici
salmastre ed arse,

 piove su i pini
 scagliosi ed irti,
piove su i mirti
divini,
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
su i ginepri folti
di coccole aulenti,
piove su i nostri volti

 silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti

 leggieri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,

 su la favola bella
 che ieri
t’illuse, che oggi m’illude.”

D’Annunzio è sempre D’Annunzio, è vero. Ma personalmente non ho mai provato una gran simpatia per un poeta che resta, e resterà sempre nella mia testa, un narciso troppo convinto di se e del suo innegabile talento (per la poesia come per i guai… e anche le donne, d’accordo, anche le donne). Ricordo d’averlo studiato al liceo con un misto tra riluttanza e fascino.

Ma poi lessi La pioggia nel pineto.

E da quel giorno (forse ormai un po’ lontano) di Febbraio, ogni volta che piove mi ricordo di quel pomeriggio, china sul libro giallo e sottolineato di letteratura, a leggerla ad alta voce.

Non sarà forse la sua composizione più bella, non m’importa.

Ma in questa giornata di pioggia di novembre, seduta in camera a tentare di scrivere un benedetto articolo, me ne resto qui al semibuio, ad osservare dalla finestra bianca la pioggia inglese che cade fitta ed arrabbiata, e sento le foglie incresparsi, i rami rompersi, l’acqua cadere e crepitare. E mi sento come se la pioggia mi scavi sempre un po’ dentro, mi lavi un po’ il cuore.

E penso a D’Annunzio.


La procrastinazione non è un’arte.

Procrastinazione è una delle mie parole preferite ( la cifra approssimativa di tali parole ammonta a circa 40 vocaboli). Tuttavia, per quanto tutti si ostinino a dire che procrastinare sia un’arte, uno stimolo e una filosofia di vita… io vi dico: grossa, grossissima e gigantesca balla.

Procrastiniamo tutti: da mia mamma che nasconde 60kg di camicie nella cesta di panni da stirare – ‘non ho avuto tempo, ho di meglio da fare adesso, uh mi suonano alla porta, ehi guarda un asino che vola…’ – a me, ovviamente, che con tre consegne a cui lavorare sto qui a scrivere delle mie paturnie (paturnie, un’altra delle mie parole preferite). Procrastinano i miei insegnanti, che rispondo di domenica notte alle mail che hai mandato loro il lunedì precedente, procrastinano i miei coinquilini, che vedi girovagare senza meta per la casa sibilando in stato semi comatoso ‘anche oggi non ho fatto niente, è che non ero proprio ispirato’, procrastini tu che mangi carote ed humus per tre settimane perchè rimandi la tua necessaria gita al supermercato. E dici che in realtà stai a dieta. No, stai solo procrastinando.

Procrastiniamo tutti alla grande (ok, la concentrazione della parola procrastinare sta diventando fastidiosamente alta).

Il fatto è che se facciamo ciò (si, procrastinare!), è perchè sappiamo di aver tempo. E ora non voglio fare nè l’uccello del malaugurio (eeeeeeh, che ne sai cosa ti riserva il domani), nè la vecchina saggia (meglio l’uovo oggi che la gallina domani) – era così? Perchè potremmo discutere ampiamente su questo detto, partendo dal fatto che all’uovo preferirei la gallina e andando a finire sul ‘c’è stato prima l’uovo, il gallo o la gallina’ (nessuno parla mai del gallo) – .

Beh fatto sta che se imparassimo a rispettare i tempi che sistematicamente ci imponiamo e sistematicamente ignoriamo, forse le cose andrebbero meglio. Meno stress? Più tempo libero? Niente sensi di colpa?

Autoimporsi dei traguardi (e dei limiti) è proprio una bella cosa, a pensarci bene. Ma questa è un’altra storia ( e che storia).

 

 

 

Riflessioni post-post: uso troppe parentesi e svago dall’argomento portante in maniera pessima, ma prometto, migliorerò.


Paturnie sociali – cosa dire mentre si prende un caffè?

I miei amici continuano a ripetermi che sono ‘un genio dell’overthinking’. Credo sinceramente che abbiano la più profonda delle ragioni. Mi ritrovo sempre più spesso a pensare a quello che dovrei o non dovrei pensare, rielaboro commenti che erano semplici battute, mi arrovello pensando ad ogni mia azione e a come avrei potuto senza dubbio comportarmi meglio, dire qualcosa di più sensato, dare un’immagine di me più veritiera… insomma un perenne BROODING, come direbbero i cari albioni.

Fatto sta che questo pomeriggio, in vista di un caffè con una cara amica di famiglia, eccomi lì a pensare di nuovo. Per la prima volta ci incontreremo da sole e io c’ho l’ansia. Per un caffè. Ridicolo. E se non ci troviamo all’uscita della tube? Forse dovrei prendere una cioccolata, il caffè mi fa tremare le mani e mi rende nervosa. O magari una fetta di torta, ma poi mangiare davanti ad altre persone mi innervosisce, potrei accidentalmente far cadere qualche briciola e sporcarmi e tutta quell’altra serie di avvenimenti spiacevoli che potrebbero verificarsi quando si parla con la bocca piena.
E poi? Finiti i convenevoli del tempo, del freddo, del viaggio, dell’inverno, dell’università, del ‘mipiaceiltuosmaltoahdavveroioadorolatuacollana’? Il silenzio? Nononono, il silenzio non lo sopporto proprio. Devo inventare qualcosa. Una volta, in occasione di un incontro un po’ formale con un ragazzo, ricordo perfettamente di aver scritto dei biglietti d’emergenza a casa. Li misi nella borsa, per sicurezza.

Oh gesù.