Archivi del mese: ottobre 2012

On The Road: Kerouac vai e stringi la mano a Selles, su.

Dire che il libro di Kerouac sia un capolavoro, un vero ritratto della beat-generation,   una storia di vita che ti scava dentro è riduttivo. Molto, riduttivo.

Ho atteso con tribolazione l’uscita del film, che temevo non sarebbe stato all’altezza delle mie aspettative (a quanto pare, a Cannes la pensavano come me). Così non è stato.

Non sono una critica cinematografica nè lettararia, ma non ho riserve nel dire che la fotografia del film è pazzesca, la regia un portento e gli attori assolutamente calzanti (dai, Kristen, non hai fatto poi così schifo come tutti dicevano).

Se volete sapere la storia, andate in libreria, comprate il libro, leggetelo. Niente riassunti, il viaggio (e non solo fisico) va vissuto tutto, centimetro per centimetro, dal Messico alla Louisiana, dalla California al Canada.

Tutto ciò che voglio dire è che se volete un banchetto (no, non un assaggio) della vita sesso-droga-e-rock’n’roll questa è la storia che fa per voi.

Io non bevo e non fumo ma ehi, uscita da quella sala cinematografica ero praticamente ubriaca. E fumata.

 


In memoriam.

E’ un pomeriggio assolato, le calze nere che indosso mi bruciano sulle gambe. I suoi capelli hanno un colore strano, in quel posto fatto di case abbandonate, di balconi che si affacciano sulla solitudine delle strade.

‘E’ la città che muore’, dice, ‘tra qualche tempo non resterà più nulla se non un mucchio di polvere. Un miraggio, un ricordo, non resterà più nulla, come per le persone’,  dice fissando le case di mattoncini color crema.

La cittadina di Civita di Bagnoregio, abbandonata dal mondo e da Dio, è solo un rado ciuffo di casupole che arrancano e si arrampicano ad una montagna in rovina nei pressi di Viterbo. Un abbraccio tra i calanchi d’argilla scura e il tufo, la pietra nuda che vengono tormentati dalle intemperie e dall’inarrestabile scorrere del tempo.

Un tempo che, un giorno non troppo lontano, farà crollare e sgretolare tutto.

Un tempo che farà sprofondare le sue vie, e con esse le ombre dell’antica ricchezza etrusca che secoli fa le aveva popolate.

Un tempo che ha voltato le spalle ai suoi borghi medievali, alla Chiesa e ai suoi crocefissi di legno nodoso, dimenticandosi di quei pofferli adornati di fiori e della vita che cresceva florida in quelle case.

Un tempo che se n’è andato da lì, scivolando via tra cardi e decumani per il lungo, unico ponte che collega la città al resto della terra, per non tornare mai più a scorrere fra quella gente.

E’ un posto che conserva quel profumo d’atmosfere antiche e lontane, Civita, una perla opaca e grezza che sorge sulla lingua di terra incastrata tra due torrenti, il Rio Chiaro ed il Rio Torbido.  All’entrata, la maestosa porta S.Maria. Su di essa due feroci leoni di pietra scrutano l’orizzonte terso e vigilano sulla desolazione che li circonda da oltre trecento anni, rappresentando con orgoglio la vittoria dei bagnoresi sui loro tiranni.

Persiane chiuse e porte robuste di legno, scheggiate, sbiadite, sigillate. Sembra quasi di vedere quell’artigiano chiudere con le sue mani incallite la serratura della sua bottega e andar via, come tutti gli altri.

Dei gatti pigri sonnecchiano al sole mentre l’odore di caffè esce dal piccolo ed unico bar del borgo nel quale un uomo dalla lunga barba grigia fa tintinnare le due tazzine che sta lavando. Oggi non ha gli snack. L’ape, l’unico mezzo da carico motorizzato che riesce a superare il ponte, non aveva portato i rifornimenti per via del cattivo tempo del giorno prima.

Lei aggiunge la cannella al suo caffè, mentre guarda il vento far oscillare le lenzuola stese di una casa vicina. Sono in otto a vivere ancora stabilmente qui, anche se è l’afflusso di turisti (che sembra aumentare negli anni) a dare una parvenza di vita ai vicoli silenziosi del paese.

Passeggiamo tra i balconi mattonati e le case basse che la leggenda vuole abbiano ospitato il re longobardo Desiderio, gravemente malato. Le acque termali del posto lo avrebbero guarito, e in molti pensano che la storia sia in effetti un filo conduttore alla vera origine della città e del suo nome, non a caso Bagnoregio.

In un piccolo spiazzo, la porta finestra di una casetta è spalancata, le tende bianche lasciano intravedere un tavolo antico, un centrino di pizzo, un vaso di gigli. La donna che ci invita ad entrare è minuta, indossa una veste fiorata lunga fino ai piedi, ha il viso gentile e i capelli bianchi ordinati in una treccia stretta. Ci mostra il suo giardino, dove sono raccolti vecchi cimeli e antichi arnesi agricoli.

Ovunque, a Civita di Bagnoregio, si respira un’aria che sa di ricchezza perduta, di fede, di semplice.

 

E come da lì, percorrendo il ponte, se n’è andato il tempo, così ce ne andiamo anche noi. E se ne va anche lei, con il suo profumo di cannella.


Like.

Mi piacciono prima di tutto le pozzanghere. Tutto ha un riflesso diverso dentro di loro, più tremulo, più spaventato, più vero.

Mi piacciono le finestre, tantissimo. Dietro un vetro lucido si nascondono speranze, attese, dolori o arrivederci.

Mi piacciono i rami spogli. Si arrampicano sul cielo, il tronco ruvido, come mani aperte. Corrono, si annodano, si rincontrano.

Mi piacciono le foto sfocate, quelle in cui solo tu sai cosa volevi ricordare.

Mi piacciono le cose che non brillano, che sono opache ed impolverate. Nessuno le guarda mai, ma possono essere le migliori.

Mi piacciono i sorrisi incerti, quelli che non-so-che-accidenti-devo-dire-o-fare-mi-viene-solo-questa-stupida faccia-da-deficiente.

Mi piacciono i cappelli della laurea neri. Questa è facile da capire.

Mi piacciono le strette di mano decise ed impetuose, come se si volesse entrare all’improvviso e sconvolgere la vita di qualcuno.

Mi piace anche chi ti sconvolge la vita.