Archivi del mese: agosto 2012

L’educazione è per noi, non per gli altri.

Educazione.

Buone maniere, cultura, scuola. Studiare, pensare, avvenire, futuro.

Parole dure, rigide come lastre di ferro, che quasi fanno venir prurito come quelle magliette di lana che tuo padre usava d’inverno e che tu hai visto nelle foto sbiadite color seppia della nonna.

Tante volte chi studia si ritrova seduto alla propria scrivania disordinata, con le mani tra i capelli, a chiedersi perchè. Per quale ragione stiamo curvi su libri che ci tolgono ore di divertimento, ore di sonno, ore di spensieratezza. Ci chiediamo perchè, e per chi.

 An Education è un film che per un momento ti fa traballare e pensare che si, è vero, lì fuori c’è qualcuno che ti amerebbe anche senza questo tuo ammazzarti di studio, questo impazzire sui saggi di letteratura, quella smania di essere bravi. Poi, dopo un’ora e mezza, ti fa capire che sbagliavi di brutto.

Jenny, giovane e brillante sedicenne interpretata dalla dolcissima Mulligan, è una studentessa modello che passa le ore delle sue giornate a costruirsi il suo avvenire e lavorare sul suo futuro di insegnante. Fiore all’occhiello della scuola femminile che frequenta, vive nella Londra degli anni ’60, trascinando la sua gonna nera a pieghe e le costrette camiciette bianche a collo alto per i marciapiedi piovosi della città. Umile e beneducata famiglia borghese, la sua, dai costumi puliti ed ordinati e sogni di carta, valori vecchio stampo. Jenny ha un futuro, Oxford è una porta vicina da aprire e la sua passione per la musica francese è la sua unica trasgressione dalle sue lezioni di violoncello. Poi sai com’è, che succede. Lei torna a casa, piove, incontra un baldo trentenne che le offre un passaggio a casa sfoderando un sorriso intelligente e una cortesia ammaliante. Ora, per i miei gusti, un assassinio o qualcosa del genere ci sarebbe stato bene, ma alla Sherfig piacciono le storie d’amore così che bem, i due si innamorano.

Era una vita noiosa, quella di Jenny, una vita che viene movimentata da serate di ballo in compagnia di amici stravaganti, una romantica fuga a Parigi e una prima volta di sussurri e bisbigli, così delicata che nemmeno te ne accorgi che sta succedendo sotto al tuo naso. Lui la vuol sposare. Uhhhh com’è ricco quest’uomo, fa suo padre, uhhhh come è gentile quest’uomo, fa sua madre… Jenny, quella che era una promessa di Oxford, diventa una irriverente ragazza che quasi si burla dei sogni che aveva, incantata dallo scintillare di una nuova vita fatta di sigarette, mise fascinose e scarpe alte. Ma che senso avrebbe avuto il film se tutto fosse finito tra un tripudio di fiori d’arancio e una tranquilla e mediocre vita di casa, tra ferri da stiro umidicci e panni che odorano di sapone?

Jenny dovrà scoprire l’amara verità che nasconde il suo amato, fatta di una moglie e un bambino che lo aspettano a casa ogni giorno, ogni sera dopo il ballo, ogni mattina dopo la notte. Ed è solo quando il suo sogno d’amore è andato in frantumi, che lei riprende a studiare, con la sua coda ferita tra le gambe, a chiedere scusa per quella presunzione che aveva avuto, nel credere di poter fare a meno della scuola.

Jenny andrà ad Oxford, conoscerà un altro baldo giovane (questa volta un buon partito davvero) e probabilmente avrà la vita che sognava, ma non è questo il punto. Il punto è sempre quello: capire perchè, e per chi. La risposta è per noi. Studiare serve a noi, per farci diventare le persone che volevamo diventare. E senza essere quello che vogliamo essere davvero, non faremo altro che incontrare luccicanti ‘passaggi a casa in un giorno di pioggia’. Grazie, Sherfig, per il tuo film sobrio e un po’ opaco, elegante e timido, silenziosamente inquieto come è il cinema inglese, che ti fa capire con una violenta tranvata quanto l’autorealizzazione sia essenziale per la felicità. Anche quella degli altri.[/color]

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C’era una volta un ricordo.

Aggirarsi tra gli scaffali color panna della biblioteca è una di quelle cose che mi fanno sentir bene.

Io non apro libri a caso, non sfioro con le dita le copertine nè vago persa tra i corridoi. Mi piace stare distaccata, un po’ scettica, un po’ come una che sa quello che cerca e leggere i titoli strani dei libri.  Quelli un po’ rabbiosi, specialmente.

Cerco copertine dai colori accesi e lucidi, sperando che il tomo si riveli essere pesante, possibilmente dalle pagine spesse e giallastre che mi danno sempre un senso di libro intelligente. Mi piace quando la carta si ferma sulle dita, ruvida, come ostinata a non farti cambiar pagina. Adoro quei libri prepotenti, che vogliono essere divorati e vogliono lasciarti quella strana sensazione di pesantezza addosso. Quella che non va via se non dopo qualche giorno, ma anche un po’ di più.

E’ per questo che mi son stupita di me stessa, quando ho preso in mano quel libricino timido, leggero, color  celeste opaco, chiaro, dal titolo ingombrante ma alto appena un paio di centimetri. Ho pensato ‘ecco, una di quelle pallottole che ti colpiscono e te ne accorgi solo quando sanguini.’

E d’altronde, così è stato. I ricordi mi guardano è una prosa densa, concisa e senza pizzi, del poeta svedese Transtromer (che, dettaglio non trascurabile, ha  vinto il Nobel per la letteratura nel 2011). In meno di settanta pagine lui raccoglie sprazzi della sua vita, vividi ricordi d’infanzia e d’adolescenza vissuti nella Stoccolma degli anni ’30, che lasciano intuire un’esistenza travagliata, fatta di scoperta ma anche di tenebre e buio. Ed è lì, leggendo quelle parole fluide e lucide (seppure l’autore scriva di primissimi ricordi alla venerdanda età di sessant’anni), che mi son chiesta quanto i ricordi non siano poi davvero così parte solo del nostro passato.

Le mie lunghe riflessioni non hanno portato a granchè, come capita (troppo) spesso, ed ho felicemente concluso che io personalmente nei ricordi ci sguazzo (seppure mi rendo conto questo abbia poca rilevanza per chiunque stia leggendo).

In ogni caso, ho anche provato quella dolce sensazione di ‘so che questo libro mi ha in effetti lasciato qualcosa, anche se non so ancora cosa.’ Per questo merita una lettura, un pensiero e, perchè no, un post.

Grazie a Martina, che mi ha fatto cader l’occhio proprio su quel mucchietto di pagine un po’ velenose.