AlLA citta’

Iniziero’ la mia lettera d’amore dicendo che ti odio,

che ho pace solo quando tu mi fai guerra, che mi togli il sonno da anni e per questo mi hai insegnato ad assaporare le notti.

Proseguiro’ la mia lettera d’amore dicendo che e’ perche’ mi fai sempre male che m’hai fatto imparare ad amare di piu’,

che e’ solo perche’ mi hai fatto sentir freddo che ho scoperto dove trovare calore.

Finiro’ la mia lettera d’amore dicendo che ti odio, perche’ quando mi decido ad odiarti per davvero, a lasciarti, a mandarti in

malora una volta e per tutte, mi ricordi dei miei ricordi limpidi, della pioggia fredda ma pura, corrompi le mie lacrime aspre e mi

fai cambiare idea, con la persuasione di un’amante infedele a cui si finisce per perdonar tutto.


Cosa/

E cosa,

nell’ingiusto e’ la pace,

ma guerra guerra alla speranza vana, alla preghiera invana,

cosa resta,

nausea, perche’

perche’ volere non e’ abbastanza, perche’ aspettare non basta ed e’, di nuovo, l’attesa, vana, che avanza senza grazia,

senza giustizia, senza pudore,

il pudore e’ perso,

e cosa,

cosa resta.


Un caffe’ amaro e nero.

Ho le calze gia’ smagliate e le doppie punte ai capelli, lo smalto nervoso, di tre colori diversi. Cammino, sorpasso il fiore di vetro, ed eccolo –  e’ un sussulto distinto, un discreto battito anarchico. La rivoluzione.

Sono lunghe dita, una pioggia che cade sui miei vestiti leggeri e sulla mia sorpresa sconvolta. Sono pagine e parole e una mole di pensieri al sole, sull’argine di un fiume sporco, sul margine, ore, ore di ieri, ore non piu’ sole.

L’aria non e’ piu’ densa.

Mi ricordi il suono timido delle lenzuola scostate alle tre, il silenzio appannato e statico del mattino presto, quando l’aria profuma ancora di pioggia e sulle dita resta ancora quello che rimane della notte, bagnata.

Un libro letto con fatica, dalle pagine pregne, spesse, dai bordi strappati, le citazioni sottolineate – a penna che e’ una cosa blasfema ma tanto bella, perche’ e’ come non pentirsi, consapevoli d’aver azzardato un po’ troppo, perche’ magari cambi idea ma magari no.

Un caffe’ amaro e nero.


Le cose che succedono di notte.

Una volta un ragazzo francese mi disse che le persone fanno l’amore di notte perche’ e’ come se non fosse mai successo.

Mi disse che alla notte non si mente mai perche’ non ce n’e’ bisogno. Nel buio, sotto il candore scuro delle stelle, si vede meglio, si sente meglio, ci si sente meglio.

Alla notte si raccontano quei pensieri che teniamo sotto il cappotto quando la luce ci imbiondisce i capelli. E lei, silenziosa, ascolta le nostre coscienze annodate, ci lascia scivolare nei nostri pozzi scuri, nuotare nel buio pesto, indovinare le forme delle nostre paure e sentire la velocita’ alla quale scorre il nostro sangue amaro.

Paziente, intimidatoria, parla attraverso i suoi silenzi saturi. Le nostre fronti si imperlano di un sudor freddo, mentre le ombre del giorno escono all’oscuro, si poggiano sui nostri cuscini e ci carezzano piano.

Alla notte non serve mentire, perche’ tanto lei lo sa lo stesso. Un battito cardiaco ne vale otto, una verita’ dieci, una domanda, cento. Una bugia mille, perche’ raccontar frottole alla notte e’ come negare di aver mangiato marmellata ed avere il cucchiaino ancora in bocca.

Un bacio, vale sempre un bacio solo.

Nelle note della notte, le cose ci sono ma non esistono, o esistono piu’ di quanto esistano di solito e quindi essendo troppo son troppo.

Beviamo caffe; piu’ neri, diamo retta agli animi che la notte rende piu’ fieri, ma ancora fragili e dedicati come fiori, scopriamo che gli occhi brillano di piu’ al buio, si, ma ad un prezzo caro.

ll sonno e’ per chi ha paura di incontrarsi e non riconoscersi.


Pensavo che la primavera ci avrebbe salvati tutti.

E pensavo che gli avocado fossero piu’ morbidi. Pensavo d’averti saputo e non sapevo niente, d’averti conosciuto e non capivo niente. Pensavo d’averti capito, ma avevo sbagliato e d’averti scoperto ma non avevo trovato niente.

Forse, la primavera ci salvera’, ancora una volta, tutti.


Il vento.

Nebbia

Folate.

Volate, irruente, cruente, crudeli, infedeli, infedeli come lui che mente, come quello che ho in mente.

Dolorose, sanguinose, come calci inflitti prepotenti su chi gia’ barcolla nella folla, si tiene in piedi su due piante ferite, graffiate, segnate.

Dove porta questa strada dismessa? Questi dossi rapidi, queste lacrime insipide, questi occhi provati, scossi – dove andremo a confessare il nostro odio se non a quelle nostre corde morbide, che ci tengono unito il cuore e ci fanno ancora sussultare, respirare, sussurrare ai nostri animi stessi, spessi, che e’ ora di scalare la montagna piu’ alta e nuotare nell’acqua piu’ torbida. Di perdersi nella foresta piu’ fitta, di cercare la strada dritta, senza il lusso di smettere di correre per prender fiato, perche’ non c’e’ tempo di farlo, non c’e’ tempo di aspettare chi se n’e andato.

Ed e’ il vento, a scuotere le acque del mare d’inverno. Quando il sole non scalda la sabbia e le onde sbattono sole, piu’ arrabbiate ma forse piu’ se stesse, perche’ nessuno le guarda.

E se e’ vero che il vento porta tempesta, che tempesta sia. Che le onde si scaglino pure su questa barca forata, amareggiata.

Scosteremo i capelli dal viso sporco, ci guarderemo le cicatrici sulle mani secche e solleveremo il nostro corpo livido, ma guarderemo il cielo limpido e ci diremo che ce l’abbiamo fatta.


Lo sguardo dei vinti.

I vinti si riconoscono dalle occhiaie che cerchiano uno sguardo affilato.

Si riconoscono da come si muovono, da come le loro spalle restano strette in un abbraccio non corrisposto, da come guardano con troppa attenzione il vuoto passare oltre il finestrino del loro treno. Si riconoscono dalla camminata troppo decisa, diretta il piu’ lontano possibile dal lontano piu’ possibile.

I vinti si riconoscono in una folla. Si riconoscono dal fuoco che si fanno attorno. Da come le loro labbra non si danno pace, le loro dita non si danno pace, i loro cuori non si danno pace.

I vinti hanno un respiro lento e un’anima chiassosa. Hanno il vento nelle vene, il mare. Hanno tanto vuoto da essere ricolmi, da avere un’essere straripante. I vinti guardano le notti srotolarsi al ritmo dei loro pensieri piu’ bui. I vinti dormono sonni insonni. Sognano realta’ e non fantasia.

I vinti, infine, toccano un fondo. Piombano in un freddo sordo, restano qualche tempo sotto una pressione opprimente. Sollevano la sabbia su cui cadono, pesanti.

Poi, si trascinano verso la superficie. Quando sentono l’aria esaurirsi nei loro polmoni – e’ allora che si ricordano come si nuota.

La loro pelle verra’ asciugata da un sole caldo, lo stesso sole che secchera’ le loro onde, le loro lacrime.